Ci sono artisti che portano con sé un'aura inconfondibile, capaci di trasformare qualsiasi palcoscenico in un sofisticato teatro della passione e della decadenza. Marc Almond è indubbiamente uno di questi. La sua esibizione all'Auditorium Paganini di Parma, inserita nella suggestiva cornice del festival Il Rumore del Lutto, si è rivelata un viaggio affascinante e consapevole tra synth-pop, chanson noir e quel cabaret delle ombre di cui l'ex frontman dei Soft Cell è maestro indiscutibile.
Progettato appositamente per una rassegna che da vent'anni affronta con sensibilità e cultura i temi della memoria e della finitezza umana, il concerto ha visto Almond plasmare una scaletta intima ed altamente evocativa. Fin dai primi episodi come "Black Kiss" e "Satan's Child", la sua voce ha fluttuato con grazia nell'architettura della sala parmense, dimostrando un'incredibile capacità teatrale nel declinare le sfumature del desiderio, del dolore e della redenzione.
Tra i momenti culminanti della serata spiccano le riletture d'autore: dalla dolente e bellissima "Caroline Says" di Lou Reed alle immancabili ed emozionanti incursioni nel canzoniere di Jacques Brel con "Jacky" e una struggente "My Death", brano che ha risuonato con particolare potenza dato il contesto filosofico del festival. Non sono mancati i gioielli della sua vasta produzione solista, tra cui "Zipped Black Leather Jacket" e "Torment", capaci di tracciare un ponte ideale tra le oscurità della darkwave anni Ottanta e la solida maturità di un crooner contemporaneo.
Il gran finale ha infine regalato il tributo alla sua storia più iconica: la sequenza formata da "Tainted Love", dall'irriverente edonismo di "Sex Dwarf" e dalla catartica nostalgia di "Say Hello, Wave Goodbye" ha sciolto la solennità della sala in una standing ovation calorosa e liberatoria. Un'esibizione impeccabile che conferma come Marc Almond sappia ancora raccontare le pieghe dell'anima con la classe senza tempo dei grandissimi interpreti della musica d'autore.
Alex Conti
