Ci sono artisti che invecchiano e artisti che maturano. Guè, al secolo Cosimo Fini, appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria. Tropico del Capricorno, quindicesimo sigillo discografico di una carriera ventennale, è il suono di un uomo che non ha più nulla da dimostrare ma tutto da raccontare.
L'album si apre con "Milano", dichiarazione d'amore-odio per la città che l'ha visto crescere dai marciapiedi di San Siro ai vertici delle classifiche. La produzione — curata dal fido Don Joe affiancato da nuovi nomi come Drillionaire e 2nd Roof — disegna un paesaggio sonoro che fonde boom-bap classico, trap atmosferica e contaminazioni afrobeat ("Lamborghini" feat. Rkomi) senza mai suonare forzato.
Il vero cuore pulsante risiede però nella scrittura. Guè abbandona parzialmente il braggadocio dei primi anni per scavare nel privato: "Pietre" affronta la perdita dell'amico e mentore Dargen D'Amico, "Equilibrio" è un'autoanalisi lucida sul prezzo del successo, "Nessuno" — featuring un intenso Marracash — ripercorre l'epopea Dogo con nostalgia priva di retorica. La tecnica resta impeccabile: flow camaleontico, rime interne complesse, citazioni colte (Pasolini, De André) che non ostentano cultura ma la vivono.
Non mancano i momenti da crowd-pleaser: "Brividi" con Anna è destinata a dominare l'estate, "Free" campiona sapientemente i Matia Bazar. Tuttavia, anche i brani più radiofonici conservano una densità lirica rara nel mainstream attuale.
Culturalmente, Tropico del Capricorno segna il passaggio di testimone definitivo: Guè non è più il ragazzo di "Dogocrazia", ma l'elder statesman che legittima la nuova generazione (Rose Villain, Tony Effe, Lazza compaiono come ospiti) senza rinunciare alla propria identità. Un disco che suona italiano nel midollo — nei riferimenti, nell'atteggiamento, nella malinconia — ma parla il linguaggio globale dell'hip-hop contemporaneo.
Forse non è il suo capolavoro assoluto ("Brava Gente" e "Gentleman" restano picchi inarrivabili), ma è l'album più completo, coerente e onesto della sua fase solista. La prova che il rap italiano, a quarant'anni dalla nascita, ha finalmente i suoi classici viventi.
