Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

Geddy Lee: "Volevo chiamare mia figlia Aja, come l'album degli Steely Dan"

Geddy Lee: "Volevo chiamare mia figlia Aja, come l'album degli Steely Dan"

C'è un filo sottile che lega due mondi apparentemente distanti come il prog-rock canadese e il jazz-rock sofisticato di Donald Fagen e Walter Becker. A svelarlo è Geddy Lee in persona, intercettato da Brian Hiatt durante le sessioni per la cover story di Rolling Stone dedicata ai Rush.

"Sono un grandissimo fan degli Steely Dan", confessa il bassista e cantante, con quella calma misurata di chi ha visto passare mezzo secolo di storia della musica. "Quasi chiamavo mia figlia Aja, in onore di quel disco. Lo amavo talmente tanto che l'ho consumato".

L'album in questione è Aja (1977), sesto lavoro in studio del duo newyorchese, pietra miliare di una produzione che ha fatto della perfezione in studio una religione. Non a caso Lee ne rimane affascinato: i Rush, da sempre, hanno costruito la loro cattedrale sonora su architetture complesse, cambi di tempo, strutture narrative che sfidano il formato canzone. Gli Steely Dan, dal canto loro, hanno infilato armonie jazzistiche dentro scheletri pop, circondandosi dei migliori session-man del pianeta — da Larry Carlton a Wayne Shorter, da Bernard Purdie a Jeff Porcaro.

Proprio Porcaro, batterista su Katy Lied, The Royal Scam e Aja, torna in ballo grazie ad Anika Nilles, nuova drummer in tour con la band. "Jeff è un punto di riferimento assoluto", dice lei. E Alex Lifeson, chitarrista dal tocco inconfondibile, aggiunge un altro nome: Jeff "Skunk" Baxter, passato dagli Steely Dan ai Doobie Brothers. "C'è mai stato qualcuno più versatile di Skunk? Tanti stili, un'intelligenza unica nel suo suonare".

Due approcci diversi, stesso ossessione per il dettaglio. I Rush suonavano tutto da soli, trio telepatico che ha fatto della virtuosità un marchio di fabbrica. Fagen e Becker, invece, hanno trasformato lo studio in un laboratorio dove ogni parte era affidata allo specialista giusto. Eppure, come nota Hiatt, brani come Subdivisions e Deacon Blues raccontano lo stesso vuoto suburbano, la stessa alienazione da classe media. E quella frase di Dirty Work — "come un castello nel suo angolo in una partita medievale" — poteva firmarla Neil Peart senza che nessuno se ne accorgesse.

Il video integrale dell'intervista, con Lee, Lifeson e Nilles, è appena stato pubblicato. Vale la pena vederlo: non capita spesso di sentire un mostro sacro ammettere di aver consumato un disco altrui. E di scoprire che, sotto la scorza prog, batte un cuore che pulsa in 4/4 swingato.

— Alex Conti

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.