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The Rolling Stones - Hackney Diamonds: l'ultimo ruggito dei dinosauri del rock

The Rolling Stones - Hackney Diamonds: l'ultimo ruggito dei dinosauri del rock

Ci vuole coraggio, a ottant'anni suonati, per entrare in studio e registrare un album di inediti che non suoni come un'operazione nostalgia. I Rolling Stones quel coraggio ce l'hanno nel DNA, e Hackney Diamonds ne è la prova più lucida degli ultimi decenni.

Registrato tra Londra, Los Angeles e New York sotto la guida di Andrew Watt — già al lavoro con Ozzy Osbourne e Iggy Pop — il ventiquattresimo album in studio della band britannica arriva diciotto anni dopo A Bigger Bang. Un'eternità geologica, colmata da tour infiniti, documentari, mostre e la scomparsa di Charlie Watts, il cui fantasma aleggia su ogni traccia. Steve Jordan, suo erede designato, non imita: interpreta. Il suo tocco è più asciutto, meno swingante, ma regge l'impalcatura ritmica con autorità silenziosa.

Il disco si apre con Angry, singolo apripista che distilla l'essenza stonesiana in tre minuti: riff tagliente di Keith Richards, basso elastico di Ronnie Wood, voce di Jagger che oscena tra sfrontatezza e vulnerabilità. Get Close e Depending On You proseguono su coordinate classic rock, mentre Bite My Head Off — con Paul McCartney al basso — è il momento più sorprendente: un blues sporco, nervoso, dove i due ex rivali si scambiano sguardi complici sopra una sezione ritmica che spinge come un treno merci.

Le ballate — Whole Wide World, Dreamy Skies, Tell Me Straight — rivelano la vera anima dell'album: non la spavalderia, ma la consapevolezza del tempo che scorre. Jagger canta d'amore, rimpianti, notti insonni, con una voce che ha perso smalto ma guadagnato grana. Rolling Stone Blues, l'unica cover (Muddy Waters), chiude il cerchio: un omaggio alle radici che suona come un congedo.

Hackney Diamonds non reinventa nulla. Non deve. È un album di artigianato supremo, scritto da chi conosce ogni trucco del mestiere e decide di usarli tutti, un'ultima volta, con la consapevolezza che non ce ne sarà un'altra. In un'epoca di algoritmi e playlist, quindici canzoni (dodici standard, tre bonus) che suonano come una band vera in una stanza vera sono già un atto rivoluzionario.

Voto: 8.5/10

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