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kkaydes - could never forget: l'elettronica intima che non ti aspetti

C'è una certa magia nel modo in cui kkaydes riesce a far convivere la pista da ballo e la camera da letto. could never forget, il suo nuovo lavoro uscito nel 2026, è un album che si insinua nelle pieghe della notte e non ne esce più.

Dieci tracce per poco più di mezz'ora di musica: una scelta deliberata, quasi necessaria. L'apertura con "stay on track" imposta subito le coordinate: un groove ipnotico, bassi che pulsano come un cuore insonne, e quella voce — trattata, filtrata, quasi un altro strumento — che ripete mantra emotivi. "to feel again" alza il ritmo senza tradire l'atmosfera, mentre "rest of my days" rallenta per far respirare la melodia, rivelando un songwriting più maturo di quanto ci si aspetterebbe.

Il cuore pulsante sta nella title track e in "grape juice", due facce della stessa medaglia: la prima è euforia contenuta, synth che si aprono come fiori notturni; la seconda è pura nostalgia liquida, con un campione vocale che suona come un messaggio vocale mai inviato. "garden of wden" — titolo criptico, forse un typo voluto — chiude la sequenza centrale con un ambient che ricorda i momenti più rarefatti di Burial o Four Tet, ma con un'identità tutta sua.

Quel che colpisce è la coerenza sonora: kkaydes non cerca featuring, non insegue trend, costruisce un mondo sonoro dove ogni elemento — dal sidechain compression ai riverberi infiniti — serve l'emozione. La seconda metà, con "lose me", "forgive me" e "be with you", spinge verso un R&B destrutturato, vocali pitchate che diventano texture, batteria che inciampa apposta per sembrare umana.

Non tutto è perfetto: qualche passaggio nella parte centrale rischia la monocromia, e la durata compressa lascia la voglia di qualcosa in più. Ma è proprio questa fame a testimoniare la forza del progetto. kkaydes conferma di essere una delle voci più interessanti dell'elettronica emotiva italiana, capace di trasformare la solitudine in condivisione silenziosa.

Voto: 8.2/10

— Marco Rota

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