C'è una verità scomoda che Andrew Hozier-Byrne ci consegna, avvolta in un riff di chitarra che sa di Delta del Mississippi trapiantato a Bray, nella contea di Wicklow: "I don't know if I'm too sweet for you / Or if you're too bitter for me". Non è una domanda retorica. È il nucleo pulsante di "Too Sweet", traccia d'apertura di Unheard, l'EP che raccoglie i brani esclusi da Unreal Unearth e che, paradossalmente, ne illumina gli angoli più oscuri con una lucidità chirurgica.
Musicalmente, il brano si muove su coordinate familiari all'universo hozieriano ma le sposta di qualche grado verso est, verso un blues elettrico che deve molto a Rory Gallagher quanto a Tom Waits. La chitarra — sporca, insistente, quasi percussiva — costruisce un groove ipnotico su cui la voce di Hozier scivola dal falsetto al baritono con la naturalezza di chi conosce ogni sfumatura del proprio strumento. L'arrangiamento, essenziale ma mai scarno, lascia spazio a un organo Hammond che entra nel secondo ritornello come un pensiero improvviso, espandendo l'orizzonte sonoro senza tradire l'intimità del confessionale.
Il testo, come sempre nella produzione del cantautore irlandese, opera per stratificazioni letterarie. Il riferimento a "Dante's Inferno" non è decorativo: l'intero EP segue la struttura della Divina Commedia, e "Too Sweet" corrisponde al Limbo, il regno di chi non ha peccato abbastanza per l'Inferno né virtù sufficiente per il Paradiso. È la condanna dell'inazione, della mezza misura, dell'amore che si rifiuta di scegliere — "I take my whiskey neat / My coffee black and my bed at three" — rituali di solitudine elevati a sistema di valori.
Culturalmente, il brano intercetta quel sentimento diffuso di ambivalence fatigue che caratterizza le relazioni contemporanee: la paura di essere troppo o non abbastanza, la tendenza a sabotarsi prima di essere abbandonati. Hozier non offre risoluzioni, solo la nuda consapevolezza. E in questo rifiuto della facile catarsi risiede la sua grandezza: trasformare l'autoanalisi in arte collettiva, il diario privato in specchio generazionale.
Voto: 8.7/10
— Marco Rota
