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Amari - "Finta di niente": l'arte di nascondersi in piena luce

Amari - "Finta di niente": l'arte di nascondersi in piena luce

MILANO. C'è una frase, in "Finta di niente", che riassume l'intero progetto: "Non è che non mi importi, è che non so come dirtelo". Sta in "Vetri appannati", traccia quattro, ed è la chiave di lettura di un album che fa della reticenza la sua forza maggiore.

Amari — al secolo Amalia Riva, classe 1993, cresciuta tra i Navigli e le lezioni di pianoforte al Conservatorio — arriva al secondo full-length dopo l'esordio "Crepe" (2021), accolto tiepidamente dalla critica ma amato da una nicchia fedele. Tre anni di silenzio, un trasloco a Bologna, la fine di una relazione lunga sette anni. Il materiale per un disco strappalacrime c'era tutto. Invece Amari sceglie la via più difficile: la misura.

Prodotto da Tommaso Colliva (già al lavoro con Calibro 35 e Diodato), "Finta di niente" suona come un disco d'altri tempi: registrato in analogico presso gli studi Esagono di Rubiera, batteria in presa diretta, nessun click track. Le dieci tracce scorrono in trentasette minuti netti, nessuna oltre i quattro minuti. Songwriting essenziale, arrangiamenti che respirano. "Mani vuote" apre con un arpeggio di chitarra acustica e una linea di basso che ricorda i primi Baustelle; la voce di Amari entra dopo trenta secondi, asciutta, senza riverbero, come se cantasse in cucina mentre lava i piatti.

Il cuore pulsante è la title track: un valzer lento in 3/4, archi sintetizzati che non cercano l'epica ma l'intimità da camera da letto. "Faccio finta di niente / mentre tutto crolla / e tu non chiedi / io non rispondo". È la sintesi di un disco che parla di incomunicabilità non come dramma ma come abitudine, come sopravvivenza.

Culturalmente, "Finta di niente" si inserisce in quel filone di cantautorato italiano al femminile — da Colapesce a Dimartino, da Margherita Vicario a Ginevra — che rifiuta la spettacolarizzazione del dolore. Non c'è vittimismo, non c'è rivalsa. C'è solo la constatazione, lucida e un po' amara, che a volte le parole servono solo a coprire il silenzio.

Il limite? Forse proprio l'uniformità timbrica: dopo sette brani in chiave minore e tempo medio, "Sole a mezzanotte" e "Ritorno" — gli unici due episodi in maggiore — arrivano quasi come corpo estraneo. Ma è un difetto che sa di scelta coerente.

— Marco Rota

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