Ci sono voci che il tempo non riesce a spegnere. A quasi diciassette anni dalla sua scomparsa, Amy Winehouse torna a parlare attraverso le pagine di un'intervista che il Sunday Times aveva archiviato nel maggio 2007 e che solo oggi vede la luce, completata e pubblicata dalla giornalista Ariel Leve.
Il setting è quello del Mondrian Hotel su Sunset Boulevard, Los Angeles. Amy ha 23 anni, indossa l'anello nuziale fresco di stampa — si è appena sposata con Blake Fielder-Civil — e Back to Black sta già riscrivendo la storia della musica contemporanea. L'album, uscito l'anno prima, ha superato il milione di copie nel Regno Unito e conquistato l'oro negli Stati Uniti. Eppure, dietro l'apparente trionfo, la conversazione rivela una fragilità disarmante.
"Quando ero più giovane, sì. Il pensiero di morire senza aver mai lasciato il mio segno, questa era la mia più grande paura. Morire senza imprimere un marchio sulle cose. So di avere solo 23 anni ma..."
La frase resta sospesa, come tante cose nella vita di Amy. Leve le chiede se, senza il successo arrivato prestissimo — scoperta a 16 anni in un jazz club londinese — avrebbe saputo gestire l'anonimato. La risposta sorprende per lucidità: "Sì. Sono solo una musicista, sai. Amo prendermi cura delle persone". Poi ammette che l'oblio, un tempo, la terrorizzava.
Nel corso dell'intervista, Winehouse parla anche della risposta travolgente a Back to Black: "Ne sono davvero fiera. Ho fatto un album di cui vado orgogliosa. Se morissi domani..." — e qui il testo originale si interrompe, lasciando intuire un pensiero che oggi suona profetico.
C'è anche spazio per la quotidianità: la neosposa confessa il suo amore per le faccende domestiche, per la normalità che la fama le sta sottraendo. Vuole che «le persone intorno a me stiano bene», dice. Un desiderio semplice, quasi banale, che stride con l'uragano mediatico che sta per travolgerla.
La pubblicazione di questo materiale inedito — anticipata dal Times con un tweet che ha fatto il giro del mondo — arriva in un momento in cui la eredità artistica di Winehouse viene costantemente riesaminata. Non come macabra curiosità, ma come testimonianza di un talento che aveva già compreso la propria portata, pur non immaginando quanto breve sarebbe stato il tempo a disposizione.
Quell'intervista nel Mondrian Hotel è molto più di un reperto archeologico. È il ritratto di un'artista che, a 23 anni, aveva già capito l'essenziale: la musica non è fama, è verità. E la verità, a differenza del successo, non scade mai.
Giulia Ferretti
