C'è un momento preciso in cui una festa smette di essere una festa e diventa qualcos'altro: un confessionale a cielo aperto, un tribunale senza giudici, una galleria di specchi dove ognuno rivede le proprie peggiori versioni. Andy Shauf quel momento lo ha fissato su nastro dieci anni fa con The Party, concept album che ha trasformato una serata qualunque in una mappa delle piccole umiliazioni quotidiane. Oggi, per il decennale, Anti- pubblica una riedizione che include the afterparty, un EP di demo e outtake che non si limita a celebrare: scava.
Chi ha amato l'originale riconoscerà subito i personaggi: Jeremy che arriva troppo presto, Sherry che si ubriaca di vino e verità, Alexander che balla con una donna che ha il volto della sua ex, Martha che osserva tutto dal divano. Shauf li muove come burattini consapevoli, con arrangiamenti di un soft-rock raffinato, quasi da camera: archi che ondeggiano su intervalli di semitono (l'interludio di Early to the Party ricorda il tema di Lo squalo, tensione pura), clarinetti che sussurrano, pianoforti che accarezzano melodie destinate a restare in testa per settimane.
Le nuove tracce non sono semplice materiale d'archivio. Judy, The Magician, To You mostrano le ossa nude delle canzoni: versioni più spoglie, a volte più dure, dove la voce di Shauf - quel baritono gentile che sa farsi tagliente - sta in primo piano senza la protezione degli arrangiamenti. Si sente il lavoro di lima, le scelte scartate, le strofe riscritte. È come guardare i bozzetti preparatori di un quadro già perfetto: non ne sminuiscono la bellezza, ne rivelano l'architettura.
C'è un filo teologico sotterraneo che lega tutto l'album, più evidente oggi alla luce di Norm, il successivo lavoro di Shauf che affrontava Dio frontalmente. Qui il divino sta nei dettagli: «L'inferno è dentro di me», ammette un personaggio; «Il diavolo prende il controllo», canta un altro. Ogni sbronza pare un giudizio universale in miniatura, ogni imbarazzo una condanna. Ma Shauf non condanna: osserva con ironia partecipe, «gioca a fare Dio con ironia lieve», come scriveva qualcuno. La sua è una compassione che non assolve ma comprende.
Dieci anni dopo, The Party non ha perso un grammo di attualità. In un'epoca di vite curate per Instagram, dove l'imbarazzo viene cancellato o trasformato in contenuto, Shauf ci ricorda che la vera vita accade nei silenzi tra una battuta e l'altra, nello sguardo che sfugge, nel bicchiere vuoto che si rigira tra le mani. La festa finisce, i demo restano. E noi siamo ancora lì, sul tappeto a pelo lungo, a chiederci se abbiamo detto la cosa giusta. O se, semplicemente, eravamo umani.
