C'è un momento preciso in cui la Gran Bretagna ha smesso di esistere — o almeno, ha smesso di raccontarsi la sua favola imperiale. Qualcuno lo fissa al 2012, quando le Olimpiadi di Londra hanno celebrato il funerale di un'identità nazionale costruita su secoli di saccheggio coloniale. Da quel fantasma, però, è nata una generazione di artisti che non hanno vissuto quell'impero ma ne respirano ancora l'eco: da PinkPantheress con la sua nostalgia campy per un pre-austerity che non ha mai conosciuto, a Jim Legxacy che riscrive la storia della musica nera britannica come un sogno lucido.
Kamal Frederick, in arte BEASTIE, cresce a pochi chilometri da Legxacy, a Mitcham — cittadina del South London che la leggenda vuole tra le più infestate d'Inghilterra. Ventisette anni, un background da fan di Interpol, Frank Ocean e Dev Hynes mentre i compagni di scuola macinavano solo drill e grime. Quella tensione tra ciò che ascoltavi in cuffia e ciò che ti esplodeva nelle orecchie per strada diventa, nel suo secondo EP maria (autoprodotto, 2026), il motore di nove tracce che rifiutano ogni categorizzazione comoda.
Il grime qui non è arma da club, non è energia da sound system. È materia spettrale, filtrata attraverso la sincerità del bedroom-pop e la sensualità di un R&B che sa di notti insonni. La produzione è deliberatamente lo-fi, i bassi pulsano come un cuore sotto il materasso, le voci — spesso la sua, pitchata, sdoppiata, sussurrata — galleggiano in un riverbero che sa di stanze piccole e pensieri grandi. "Mitcham non è un posto, è uno stato d'animo", sembra dire ogni traccia senza mai pronunciare la frase.
Il confronto con Legxacy è inevitabile e forse ingeneroso per entrambi: dove Jim costruisce archivi onirici, BEASTIE scava nel personale, nel coming-of-age di un ragazzo nero in una periferia che la stampa chiama "haunted" ma che lui conosce solo come casa. C'è "South Circular", che apre l'EP con un campione di sirena della polizia distorto fino a diventare melodia, e "Blue Boronia", dove un beat drill si scioglie in un chorus che Frank Ocean firmerebbe volentieri. La title track chiude il cerchio: due minuti e mezzo di piano, voce e silenzio, l'ammissione che certi fantasmi non li scacci — ci convivi.
maria non è un manifesto, non vuole esserlo. È il suono di qualcuno che ha smesso di scegliere tra la sua storia e i suoi gusti, e ha deciso di farli sanguinare l'uno nell'altra. In un panorama UK che spesso confonde ibridazione e identità, BEASTIE fa la cosa più radicale: racconta la sua verità senza chiedere permesso. E in quelle nove tracce spettrali, Mitcham smette di essere un luogo infestato per diventare un luogo abitato.
