C'è qualcosa di deliberatamente grezzo in Beewaba, il nuovo lavoro di Bedry che arriva a distanza di tre anni dal debutto omonimo. Undici tracce che scorrono come appunti di viaggio, schizzi sonori buttati giù su un registratore a cassetta dimenticato in uno zaino. Non c'è lucidatura da studio, non c'è la mano pesante del produttore che lima gli angoli: c'è, invece, la nuda verità di chi scrive canzoni per non perdere i propri pensieri.
Il songwriting di Bedry - al secolo Davide Bedrini, bresciano classe '92, già attivo nella scena indipendente lombarda con i progetti Lago e Mare di Carta - si muove su coordinate che sfuggono la classificazione. Folk lo-fi? Antifolk? Bedroom pop per chi non ha mai avuto una camera da letto vera? Le etichette scivolano via come acqua su vetro. Ciò che resta è la voce: un timbro sottile, quasi sussurrato, che si fa portavoce di storie minimali - un treno perso a Piacenza, l'odore del caffè bruciato alle sei del mattino, una lettera mai spedita finita in un cassetto.
Musicalmente, Beewaba vive di contrasti. L'apertura di "Viale dei Tigli" è un arpeggio di chitarra classica che ricorda i primi Sufjan Stevens, ma la seconda traccia, "Cemento", introduce un beat elettronico sgangherato, un synth che sembra uscito da un Game Boy rotto. Questa tensione tra organico e sintetico attraversa tutto l'album: "Nuvole di Polvere" è un valzer per fisarmonica e field recording di pioggia, mentre "Autostrada" si regge su un loop di basso distorto e una melodia fischiettata. La produzione - curata dallo stesso Bedry con la collaborazione di Giuseppe "Peppe" Leone al missaggio - abbraccia l'imperfezione come scelta estetica: fruscii, click, respiri udibili tra una strofa e l'altra.
Il cuore pulsante del disco è la title track, "Beewaba": quasi sette minuti di flusso di coscienza su una progressione di due accordi, dove il testo si fa astratto, quasi dadaista («le api non sanno di essere api / noi non sappiamo di essere noi»). È un momento di coraggio, il punto in cui l'album smette di essere una raccolta di canzoni e diventa dichiarazione d'intenti.
Non tutto funziona. "Martedì Grasso" e "Finale Aperto" sembrano abbozzi rimasti tali, e la seconda metà del disco perde parte della coesione narrativa della prima. Ma è proprio in queste crepe che Beewaba trova la sua forza: è un disco che non chiede di essere amato, solo ascoltato. In un panorama italiano sempre più levigato, algoritmico, sicuro di sé, l'onestà disarmata di Bedry suona come un atto di resistenza.
— Marco Rota
