C'è una qualità letteraria, quasi proustiana, nel modo in cui BEN plg costruisce L'histoire sans fin. Quattordici brani che non si susseguono semplicemente: si rincorrono, come pagine sfogliate con dita tremanti. Il titolo, omaggio dichiarato a Michael Ende, non è citazione decorativa ma chiave di lettura: l'album è un racconto che non finisce, che si riavvolge su se stesso a ogni ascolto, rivelando strati nascosti.
Musicalmente, il lavoro si collina in quel territorio ibrido dove la chanson francese classica — pensate a Barbara, a Ferré — incontra il folk anglofono più essenziale, alla Nick Drake o Richard Hawley. Gli arrangiamenti, curati dallo stesso Benjamin Plège con la complicità di Baptiste Brondy alla batteria e Adrien Soleiman al basso, respirano: archi discreti, pianoforti che lasciano spazio al silenzio, chitarre acustiche registrate a distanza ravvicinata, quasi a voler catturare il rumore delle dita sulle corde.
La voce di BEN plg è lo strumento centrale: un baritono caldo, mai ostentato, che sussurra più che cantare. In «Les mains vides» e «Le temps qui passe» la melodia si fa pretesto per una consegna quasi parlata, teatrale nella sua contenuta intensità. I testi, tutti in francese, evitano la trappola del poetico a tutti i costi: parlano di assenze, di case vuote, di lettere non spedite, con una concretezza che ferisce proprio perché priva di retorica.
Il contesto dell'artista illumina l'opera. Dopo due EP passati quasi inosservati fuori dai confini della Bretagna natale, Plège ha scelto l'autoproduzione totale, registrando in una casa-studio vicino a Rennes, lontano dalle logiche di mercato. Una scelta di libertà che si sente: non c'è un singolo "radiofonico", nessun compromesso. Eppure, paradossalmente, L'histoire sans fin è il suo lavoro più accessibile, proprio perché non cerca di esserlo.
L'impatto culturale, per ora, è quello di un culto sotterraneo: passaparola tra addetti ai lavori, recensioni entusiastiche su blog specializzati, sold-out nei piccoli teatri francesi. In Italia, dove la sensibilità per il cantautorato d'oltralpe è storicamente forte, l'album potrebbe trovare una seconda patria. Merito anche di una sequenza finale — «L'épilogue», «Sans fin», «Recommencer» — che chiude il cerchio senza chiuderlo davvero, lasciando l'ascoltatore in quella sospensione dolceamara che solo i grandi dischi sanno regalare.
Non è un capolavoro che cambia la storia della musica. È qualcosa di più raro: un disco onesto, compiuto, che rispetta l'intelligenza di chi ascolta. E nel 2024, onestà intellettuale è già rivoluzione.
