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Bernard Lavilliers - Rite cruel: l'eleganza crepuscolare di un pop d'autore e di sostanza

Bernard Lavilliers - Rite cruel: l'eleganza crepuscolare di un pop d'autore e di sostanza

A distanza di anni dalle sue opere più celebri, Bernard Lavilliers torna nel 2026 con Rite cruel (pubblicato da Barclay), un lavoro di dodici tracce che si inserisce con coerenza nella fase della piena maturità espressiva dell'artista francese. L'album evita con intelligenza la trappola del riciclo nostalgico, posizionandosi in un territorio pop sofisticato dove l'eredità della chanson si fonde con una cura maniacale per l'impatto ritmico e la definizione timbrica.

Dal punto di vista della produzione e del suono, il disco si distingue per un missaggio estremamente arioso e ben bilanciato. La gamma medio-bassa è profonda ma mai fangosa: i bassi elettrici e le percussioni acustiche respirano in uno spazio dinamico ampio, lasciando la voce di Lavilliers al centro della scena. Il suo timbro, ormai visibilmente segnato dal tempo, ha perso qualche frequenza acuta ma ha guadagnato una presenza monumentale nei toni baritonali, restituendo un'interpretazione asciutta, priva di orpelli o vibrati artificiali.

La scrittura dei brani si muove su strutture pop lineari ma mai scontate. L'apertura affidata a "Coriace" stabilisce immediatamente il tono del disco: un groove di batteria secco e privo di riverberi prolungati sostiene una progressione armonica in minore, su cui s'innesta un arpeggio di chitarra elettrica dal sapore quasi noir. Il ritornello non cerca l'esplosione facile, ma lavora per accumulo di tensione ritmica.

In "Kinshasa", la tavolozza sonora si arricchisce di spunti poliritmici ben integrati nell'architettura pop del pezzo. L'uso dei fiati è chirurgico: brevi frasi sincopate intervengono negli spazi tra le linee vocali, evitando di soffocare l'andamento del basso. Con "Rio No Inverno", invece, il ritmo rallenta verso una bossa nova rallentata e malinconica, dove la chitarra acustica sfoggia un timbro brillante e nitidissimo, incorniciata da un arrangiamento d'archi discreto che non scade mai nel patetico.

La title-track "Rite cruel" rappresenta il momento di massima coesione drammatica del lavoro, sfruttando sapientemente i vuoti sonori e i cambi di dinamica tra strofa e bridge. La sequenza delle tracce garantisce un ascolto fluido, alternando episodio tirati ad aperture più intime, anche se nella seconda metà l'album mostra una lieve flessione di tensione compositiva con passaggi leggermente più di maniera.

Rite cruel è un disco consigliato a chi cerca un pop adulto, attento alla qualità dell'incisione e capace di valorizzare il peso specifico delle parole e dell'espressività vocale. Potrebbe deludere, al contrario, chi si aspetta produzioni iper-compresse o ritmiche elettroniche di stretta attualità radiofonica.

Lavilliers confeziona un'opera solida e rigorosa, che conferma la validità della sua cifra stilistica senza sbavature formali.

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