Quando Beyoncé ha annunciato Cowboy Carter come secondo capitolo della sua trilogia iniziata con Renaissance, pochi avrebbero scommesso su un'immersione così radicale nel country. Eppure, ascoltando le 27 tracce che compongono quest'opera-fiume, si comprende subito che non si tratta di un esperimento estetico né di un capriccio da superstar: è un atto di giustizia storica.
L'album si apre con "American Requiem", dichiarazione d'intenti che suona come un manifesto: "Used to say I spoke too country / Then came back, now I'm too country". La voce di Beyoncé naviga tra twang e melisma, tra banjo e synth, tra la polvere del Texas e i club di Houston dove tutto è iniziato. La produzione — curata con Pharrell, The-Dream, Hit-Boy e una schiera di mostri sacri — non cerca la purezza filologica ma la contaminazione feconda: trap beats sotto steel guitar, cori gospel su ritmi two-step, sample di "Blackbiird" dei Beatles riletti attraverso lo spirito delle Freedom Singers.
Il cuore pulsante sta nelle collaborazioni. Dolly Parton che introduce "Jolene" — rivisitata non come supplica ma come avvertimento — passa il testimone a Willie Nelson, Linda Martell, Brittney Spencer, Tiera Kennedy, Reyna Roberts: voci di donne nere che il country mainstream ha cancellato o marginalizzato. "The Linda Martell Show" non è solo un interludio: è un monumento a chi ha cantato country prima che il genere diventasse sinonimo di bianchezza.
Musicalmente, Cowboy Carter rifiuta la compattezza. "Texas Hold 'Em" e "16 Carriages" — i singoli — sono solo le porte d'ingresso. Dentro c'è il blues di "Daughter", il funk spaghetti-western di "Spaghettii", l'R&B liquido di "Protector", la ballata pianistica "Flamenco" che cita "La Llorona". Ogni traccia è un tassello di una narrazione più grande: la diaspora nera nel Sud, la memoria delle nonne, la terra come identità e ferita.
Non tutto convince: la lunghezza eccessiva diluisce l'impatto, alcuni featuring sembrano più simbolici che funzionali, e la chiusura con "Amen" rischia la retorica. Ma sono difetti di un'opera che osa troppo per accontentarsi della perfezione formale.
Cowboy Carter non è un album country. È un album sull'country: su chi lo ha creato, chi lo ha rubato, chi lo sta reclamando. Beyoncé non chiede permesso. Restituisce. E nel farlo, scrive una delle pagine più importanti della musica popolare americana degli ultimi decenni.
Voto: 9/10
— Marco Rota
