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Blondshell – 'Violins': la violenza si fa tenerezza nel terzo atto di Sabrina Teitelbaum

Blondshell – 'Violins': la violenza si fa tenerezza nel terzo atto di Sabrina Teitelbaum

C'è un gioco di parole non voluto nel titolo del terzo album di Blondshell: Violins, violini, che in inglese suona pericolosamente vicino a violence, violenza. Eppure, mai accostamento fu più azzeccato per descrivere il mondo di Sabrina Teitelbaum, che da Olympus in poi ha fatto della tensione tra distruzione e tenerezza la sua cifra stilistica.

Il debutto omonimo del 2023 era un pugno nello stomaco: grunge novantiano, rabbia viscerale, quella promessa di "uccidere ancora" per un partner tossico che apriva il singolo d'esordio. If You Asked For A Picture (2025) aveva smussato gli angoli senza perdere il filo, indagando traumi generazionali e insicurezze corporee con onestà disarmante. Ora, a nemmeno diciotto mesi di distanza, Violins arriva come un atto di ribellione gentile.

La title track ne è il manifesto: gesti di cura che si rivelano qualcos'altro — "una pacca sul sedere" invece di una mano sulla spalla — e la guarigione graduale liquidata come noiosa ("è come guardare la vernice asciugare"). Teitelbaum non morde più, cerca di elevarsi: "Spero che le teste non rotolino, ma riposino leggere sulla tua spalla", ripete come un mantra mentre gli assoli di chitarra esplodono festosi. È un equilibrio precario, quello che l'album insegue per tutti i suoi quarantacinque minuti: restare teneri in un mondo che non lo è.

Lucky oscilla tra la quiete del tour e l'orrore del ciclo delle notizie, Knotted racconta un amore complicato e sporco in tutta la sua gloria orribile. Ma c'è anche gioia conquistata a fatica: in Two-Fried, scritta con Samia, Teitelbaum flirta con l'amor proprio, mentre Sea Legs scorre come un Sound of Music versione indie-rock, un elenco di cose amate che sa di rivendicazione.

La produzione — curata ancora da Yves Rothman — lascia respirare le canzoni, alternando momenti di intimità acustica a esplosioni elettriche che richiamano PJ Harvey e Liz Phair senza mai sembrare derivativi. La voce di Teitelbaum, ora più controllata ma non per questo meno urgente, guida l'ascoltatore attraverso contraddizioni che non si risolvono: è questa la forza di Violins. Non offre catarsi facili, ma la consapevolezza che la violenza e i violini possono convivere nello stesso brano, nella stessa vita.

Terzo album in tre anni, terza conferma: Blondshell non è una meteora. È una cronista della fragilità umana che sa trasformare il dolore in arte senza edulcorarlo. E in tempi come questi, basta e avanza.

Alessandro Neri

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