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Bob Dylan - Highway 61 Revisited: l'urlo elettrico che cambiò la storia della musica

Bob Dylan - Highway 61 Revisited: l'urlo elettrico che cambiò la storia della musica

C'è un momento preciso in cui il folk muore e nasce qualcos'altro. Avviene il 20 luglio 1965, agli studi Columbia di New York, quando Al Kooper — organista per caso, musicista per necessità — attacca quell'Hammond B3 su Like a Rolling Stone senza aver mai suonato l'organo in vita sua. Il suono è sporco, imperfetto, gloriosamente sbagliato. È il suono della storia che cambia direzione.

Highway 61 Revisited non è semplicemente l'album dove Dylan "va elettrico". È il disco dove la canzone popolare americana si fa letteratura, dove il blues delle origini incontra il surrealismo di Rimbaud, dove la voce nasale di un ragazzo del Minnesota diventa la coscienza critica di un'intera generazione. Sei minuti e tredici secondi di Like a Rolling Stone bastano a riscrivere le regole: niente ritornello convenzionale, niente struttura prevedibile, solo un flusso di coscienza rabbioso che chiede "How does it feel?" a un'America borghese che non vuole guardarsi allo specchio.

Il contesto è tutto. Siamo nell'estate del '65: la guerra in Vietnam si intensifica, i diritti civili marciano a Selma, la controcultura sta per esplodere. Dylan, che fino a pochi mesi prima era la voce acustica della protesta, capisce che la chitarra acustica non basta più. Serve volume, serve distorsione, serve una band che suoni come un treno merci. La trova in quei musicisti che diventeranno The Band: Robbie Robertson, Levon Helm, Garth Hudson, Rick Danko, Richard Manuel. Insieme creano un suono che è rock, blues, country, gospel — tutto insieme, tutto insieme per la prima volta.

Ascoltate Ballad of a Thin Man: il piano di Paul Griffin striscia come un serpente, la chitarra di Mike Bloomfield taglia l'aria, e Dylan racconta di Mr. Jones che "sa che qualcosa sta succedendo ma non sa cosa sia". È la diagnosi perfetta dell'establishment di fronte al cambiamento. O Desolation Row, undici minuti di poesia apocalittica dove Einstein si traveste da Robin Hood, Casanova viene processato e il circo intero brucia — un Waste Land musicato per chitarra acustica e armonica.

E poi c'è la title track: Highway 61 Revisited, la strada che corre da New Orleans fino al Canada passando per il Delta del Mississippi, la terra di Robert Johnson e del patto col diavolo. Dylan la percorre tutta, portandosi dietro Abramo e Isacco, la mamma che vuole la medaglia per il figlio soldato, il giocatore d'azzardo che cerca redenzione. È l'America intera, sacra e profana, in tre minuti e mezzo di rock'n'roll primordiale.

L'eredità? Impossibile da misurare. Senza questo disco non esisterebbero Springsteen, Patti Smith, i Velvet Underground, tutto il punk e il post-punk che ha fatto della parola arma e della chitarra mitragliatrice. Highway 61 Revisited ha insegnato che una canzone può contenere il mondo intero — basta avere il coraggio di scriverla, e la follia di cantarla come se non ci fosse un domani.

Sessant'anni dopo, l'Hammond di Kooper suona ancora come una rivelazione. La voce di Dylan graffia ancora come vetro rotto. E la domanda "How does it feel?" continua a non avere risposta. Perché non ne vuole una. Vuole solo che continuiamo a farcela.

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