Nel 1972 l'Angola è ancora una colonia portoghese, stretta nella morsa dell'Estado Novo, il regime autoritario ereditato da Salazar e ormai guidato da Marcello Caetano.
Mentre le altre potenze europee hanno già concesso l'indipendenza ai propri territori africani, Lisbona si ostina a considerare le colonie "province d'oltremare" e combatte per questo la logorante Guerra Coloniale su tre fronti – Angola, Mozambico, Guinea-Bissau.
Per la popolazione angolana la conseguenza è una quotidianità fatta di spoliazione delle terre, lavoro forzato e un controllo sociale spietato affidato alla Pide (Polícia Internacional e de Defesa do Estado), la polizia politica segreta del regime, che risponde a ogni accenno di nazionalismo con arresti, torture e deportazioni nei campi di prigionia.
La repressione non colpisce solo i corpi: il regime vieta l'uso pubblico e radiofonico delle lingue tradizionali (kimbundu, umbundu) e l'esecuzione della musica indigena, nel tentativo di imporre lingua e costumi portoghesi.
In un paese dove l'istruzione formale resta un privilegio per pochi, coltivare le proprie tradizioni – cantare nella propria lingua, suonare i propri strumenti – diventa un atto di resistenza clandestina.
Con un tasso di analfabetismo altissimo, è la canzone popolare – trasmessa oralmente – ad assumere il ruolo di canale primario per la coscienza politica e la solidarietà sociale.
