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Cameron Winter At Carnegie Hall: l'intimo ritratto di una rockstar in sboccia firmato Paul Thomas Anderson

Cameron Winter At Carnegie Hall: l'intimo ritratto di una rockstar in sboccia firmato Paul Thomas Anderson

Ci sono film-concerto che restano nella storia: Stop Making Sense dei Talking Heads, The Last Waltz di The Band, Gimme Shelter degli Stones. Da oggi, a quella lista si aggiunge Cameron Winter At Carnegie Hall, l'opera prima di Paul Thomas Anderson dopo l'Oscar per One Battle After Another, in anteprima britannica all'8 ottobre al London Film Festival.

Registrato l'11 dicembre 2025 durante il tour di Heavy Metal — debutto solista del frontman dei Geese — il film trasforma la leggendaria sala newyorkese (calcata da Rachmaninoff a Aretha Franklin) in uno spazio sospeso, quasi privato. La scelta del 35mm regala una grana cinematografica che avvolge lo spettatore: non si guarda un concerto, ci si siede accanto a Winter sullo sgabello del pianoforte.

Il newyorchese — voce graffiata, bassa, da dive bar fumoso — dà le spalle al pubblico quasi 4000 posti. Testa china, concentrazione feroce, apre con It All Fell In The River e non si ferma. Dodici brani, parole contate: giusto una presentazione per Cancer Of The Skull, «arguta e lirica» come la definisce Anderson. L'umorismo affiora comunque: a un certo punto Winter si alza, tira la porta laterale come volesse scappare, e un tecnico sbuca perplesso. Il pubblico ride, rapito. Pochissimi smartphone alzati: perché filmare quando hai l'originale davanti?

Anderson, al suo primo documentario musicale, evita ogni virtuosismo registico. Niente tagli frenetici, niente primi piani forzati. La macchina da respira con la musica, coglie il tremito di una corda, il respiro tra una strofa e l'altra. È cinema che si fa da parte per lasciare spazio all'arte — e Winter, al pianoforte, è nudo come non mai.

Heavy Metal non è un disco facile: nervoso, letterario, a tratti ermetico. Dal vivo guadagna carne e sangue. Brani come The Last Time I Saw You o Blue Monday (non la cover dei New Order) si espandono in improvvisazioni jazzate, mentre la band — ridotta all'osso — lo segue con devozione silenziosa.

Quando le luci si riaccendono, Carnegie Hall non sembra più un tempio della musica classica. È il salotto di un ragazzo di Brooklyn che suona come se la vita gli dipendesse. Anderson ha catturato un momento raro: la nascita di una stella che non chiede permesso. Se questo è l'inizio della carriera solista di Winter, il futuro suona già leggendario.

Sara Bianchi

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