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Carole King — Tapestry: l'intimità che ha cucito la storia del pop

Carole King — Tapestry: l'intimità che ha cucito la storia del pop

C'è un momento preciso, all'inizio di Tapestry, in cui la voce di Carole King smette di essere una voce e diventa una confessione. Accade nelle prime battute di I Feel the Earth Move: un pianoforte che rotola come un treno in discesa, una sezione ritmica che respira con la naturalezza di un respiro trattenuto, e lei — trent'anni, due matrimoni alle spalle, una carriera da ghostwriter per i mostri sacri di Brill Building — che canta l'innamoramento come forza tellurica, non come vezzo romantico.

Era il febbraio 1971. La guerra in Vietnam macchiava le coscienze, i Beatles si erano sciolti da pochi mesi, e il pop stava cercando una nuova grammatica. Tapestry gliela consegnò, cucita addosso da Lou Adler in uno studio A&M dove le pareti sembravano assorbire ogni sovrastruttura. Niente orchestrazioni barocche, niente trucchi da studio: piano, basso, batteria, chitarra acustica, e una manciata di amici — James Taylor, Joni Mitchell, Merry Clayton — che entravano e uscivano come in un salotto newyorkese.

Il risultato è un album che suona vissuto prima ancora che ascoltato. So Far Away apre con un arpeggio che sa di notti insonni in stanze d'albergo; Home Again chiude il cerchio con la malinconia di chi sa che non si torna mai davvero indietro. In mezzo, You've Got a Friend diventa inno generazionale senza volerlo: King la scrisse per sé, come promessa a se stessa, e il mondo se la prese in prestito come salvagente.

Ma il cuore pulsante sta in Will You Love Me Tomorrow? — la sua stessa canzone, scritta a diciotto anni per le Shirelles, qui spogliata dell'arrangiamento da girl-group e ridotta all'osso nudo della domanda che non ammette risposte. È il momento in cui l'autrice supera l'interprete, e la canzone diventa specchio.

Quindici milioni di copie negli Stati Uniti, venticinque nel mondo, quattro Grammy (Album dell'Anno compreso), quindici settimane al numero uno in Billboard. Numeri che, però, raccontano solo la superficie. Tapestry ha insegnato a una generazione intera — da Joni Mitchell a Taylor Swift, da Fiona Apple a Adele — che la vulnerabilità non è debolezza ma architettura. Che una donna può scrivere, produrre, suonare e cantare le proprie verità senza chiedere permesso.

Cinquantatré anni dopo, il vinile gira ancora. E ogni volta, quel pianoforte iniziale fa tremare la terra esattamente come la prima volta.

— Marco Rota

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