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Da Klimt alla body art: quando il corpo diventa spartito visivo al Muvec di Mestre

Da Klimt alla body art: quando il corpo diventa spartito visivo al Muvec di Mestre

C'è un filo rosso — o forse dorato — che lega i corpi spezzati di Egon Schiele all'oro avvolgente di Gustav Klimt, per arrivare fino alla carne esposta, ferita, celebrata della body art contemporanea. Lo srotola la nuova mostra al Muvec di Mestre, Il corpo. Da Klimt, Schiele, Kokoschka alla body art, visitabile fino al 12 gennaio 2025. Non è solo una rassegna di storia dell'arte: è un'indagine su come il corpo sia stato, per un secolo abbondante, il campo di battaglia dove si gioca l'identità, il desiderio, la politica, la mortalità.

E se pensate che riguardi solo chi frequenta i musei, sbagliate. Perché quel filo dorato passa dritto dentro la cultura pop, dentro i videoclip, dentro le copertine dei dischi che avete consumato. Pensate a The Downward Spiral dei Nine Inch Nails: l'estetica industriale, la carne come circuito, il corpo-macchina. O ai ritratti di PJ Harvey fotografata da Maria Mochnacz: nuda, contorta, schielesca nella sua vulnerabilità esibita. Fino a FKA twigs, che nei suoi video trasforma la danza in body art rituale, citando esplicitamente la performance viennese degli anni Settanta — Günter Brus, Hermann Nitsch, Rudolf Schwarzkogler — quelli che si tagliavano, si cospargevano di sangue, facevano del corpo tela e coltello insieme.

La mostra lo racconta bene: parte dalla Secessione viennese, dove Klimt riveste di pattern decorativi l'erotismo femminile, Schiele graffia la tela con linee nervose che sembrano partiture per archi dissonanti, Kokoschka dipinge ritratti che sono veri e propri sismografi emotivi. Poi il salto: gli anni Sessanta-Settanta, quando il corpo esce dalla cornice e diventa azione. Viennese Actionism, Fluxus, le performance di Marina Abramović, Gina Pane, Chris Burden. Il corpo non si rappresenta più: si presenta.

Per un musicista, la lezione è immediata. Il corpo è il primo strumento: la voce, le dita sui tasti, il respiro, il sudore sul palco. La body art ha solo portato questa verità alle estreme conseguenze, togliendo la mediazione dello strumento. Quando St. Vincent suona la chitarra abbracciandola come un amante, quando Perfume Genius si muove sul palco con una coreografia che è insieme dolore e grazia, quando i Sigur Rós accompagnano le loro note a video dove corpi nudi fluttuano in slow motion — ecco, tutto questo dialoga con Schiele, con Nitsch, con la mostra di Mestre.

Il Muvec ha fatto una scelta intelligente: non chiudere l'arte in una torre d'avorio, ma mostrarne le radici profonde nella cultura visiva contemporanea. Il catalogo include saggi che toccano anche il rapporto con cinema, moda, pubblicità. Manca forse un focus esplicito sulla musica, ma il visitatore attento lo troverà da solo, tra un autoritratto di Schiele e una foto di performance di Gina Pane. Perché la linea che unisce il tratto nervoso di un disegno del 1910 al corpo di un performer che si fa crocifiggere su una Volkswagen nel 1974 è la stessa che porta da Heroes di Bowie a Vulnicura di Björk: il corpo che canta, che soffre, che resiste, che si fa arte.

Andateci con le cuffie nelle orecchie. Magari ascoltando The Drift di Scott Walker o Filth degli Swans. Vedrete i corpi alle pareti muoversi a tempo.

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