C'è una frase che gira negli ambienti che contano, quella per cui le canzoni migliori nascono dove la vita ha lasciato il segno. Se fosse vero — e io sono convinto che lo sia — allora Mark Oliver Everett dovrebbe avere una riserva inesauribile di materiale. E Cookie Happened, sedicesimo capitolo in studio firmato Eels, ne è la conferma più limpida e disarmante.
Trent'anni esatti. Tanto è passato da quel Beautiful Freak che nel '96 ci presentò un tizio con la barba incolta, lo sguardo basso e un talento mostruoso per raccontare il dolore senza pietismi. Oggi quel tizio ha i capelli bianchi, la barba curata da chi ha smesso di lottare contro lo specchio, e una discografia che pesa come un macigno. Ma la voce — quella roca, sussurrata, che sembra arrivare da una stanza accanto dove si sta fumando l'ennesima sigaretta — non ha perso un grammo della sua capacità di inchiodarti alla sedia.
Dodici tracce. Dodici stazioni di un viaggio che non cerca redenzioni facili. Cookie Happened — titolo che già da solo vale il prezzo del biglietto, con quel suo sapore di destino beffardo, di «è successo, punto» — si muove su coordinate familiari: il lutto, l'invecchiamento, l'amore che sfuma, la solitudine che diventa compagna di banco. La differenza sta tutta nel come. Everett non canta più contro le sue cicatrici; le accarezza, ci ricama sopra, le trasforma in qualcosa che assomiglia a una strana, testarda bellezza.
Ascoltate "My Heart Is a Drum": un giro di piano minimalista, un ritmo che avanza come un treno merci, e quella frase — "My heart is a drum beating for no one" — che ti si pianta nel petto e non se ne va più. O "The Magic", dove l'arrangiamento d'archi (curato dallo stesso E con P-Boo) avvolge un testo che parla di sparire, di diventare fantasma mentre sei ancora vivo, senza un grammo di drammatizzazione. È lì la grandezza: la malinconia non è mai fine a se stessa, mai compiacimento. È materia viva, lavorata con l'onestà di un artigiano che conosce ogni vena del legno.
La produzione — essenziale, calda, analogica nel modo giusto — lascia spazio ai silenzi. Alle pause tra una nota e l'altra dove risuona tutto ciò che non viene detto. Koool G Murder al basso e P-Boo alla batteria (e molto altro) formano una sezione ritmica che non alza mai la voce, ma sostiene ogni brano come una spina dorsale invisibile. È il suono di una band che suona insieme da una vita e non ha più bisogno di dimostrare nulla.
Chi cerca i ritornelli radiofonici di "Novocaine for the Soul" o l'energia sgangherata di "Saturday Morning" rimarrà deluso. Cookie Happened non sta lì. Sta nel territorio più rischioso e prezioso della maturità artistica: quello dove ogni nota pesa, dove l'imperfezione è una virtù, dove la canzone "imperfetta" ("Falling", con quel finale che si sfalda) diventa la più vera di tutte.
Alla fine dell'ascolto resta addosso una sensazione rara: quella di aver assistito a un atto di fiducia. Verso l'ascoltatore, certo. Ma soprattutto verso la possibilità che la bellezza possa nascere — anzi, deva nascere — proprio dai luoghi più rotti. "Dio benedica Mark Oliver Everett", scriveva qualcuno trent'anni fa. Oggi, davanti a questo disco, viene da aggiungere: e benedica anche noi, che abbiamo il privilegio di ascoltarlo.
