C'è un momento preciso in En el camino in cui smetti di guardare il film e inizi ad ascoltarlo. Non è una scena madre, né un climax drammatico: è il silenzio tra due accordi di chitarra, il respiro di un motore che si spegne nel deserto di Sonora, la voce di un corridos che filtra da una radio rotta. Ernesto Contreras, regista già noto per Sueños en tránsito, firma un road movie che non usa la musica come commento, ma come bussola narrativa.
La trama è lineare, quasi classica: due fratelli, un'eredità da recuperare, mille chilometri di asfalto e polvere. Ma è nel come che il film si gioca la sua partita. La colonna sonora, curata dal compositore messicano Rodrigo Dávila, intreccia tradizione e contemporaneità: son jarocho, norteño, elettronica lo-fi, field recording catturati lungo la strada. Non c'è una hit da classifica, c'è un paesaggio sonoro che è il paesaggio visivo.
Interessante notare come il protagonista, interpretato da un intenso Andrés Almeida, sia un ex musicista fallito. La sua chitarra, muta per gran parte del viaggio, torna a suonare solo quando il percorso fisico coincide con quello interiore. Una metafora non sottile, ma efficace: la musica come atto di resistenza, come modo per non sparire.
Contreras cita apertamente Paris, Texas e The Last Movie, ma sposta il baricentro verso sud, verso un Messico che non è cartolina né narco-thriller, ma territorio vivo, contraddittorio, sonoro. La fotografia di María José Secco cattura la luce cruda del nord, mentre il montaggio lascia respirare le sequenze musicali — non videoclip inseriti a forza, ma momenti di sospensione dove la narrazione si fa pura atmosfera.
Per chi ama la musica oltre le playlist algoritmiche, En el camino offre qualcosa di raro: un film che si fa ascoltare. La colonna sonora, già disponibile in digitale, funziona anche staccata dalle immagini, ma è nella sala buia che rivela la sua natura di score nel senso più antico: solco, incisione, traccia lasciata dal passaggio.
In uscita questa settimana nelle sale selezionate. Portatevi le cuffie, metaforicamente. O letteralmente, se il cinema ve lo permette.
