C'è una tensione sottile, quasi architettonica, che attraversa N OI, il nuovo lavoro degli Eugenio In Via Di Gioia: sei tracce per ventisei minuti netti, un formato EP che la band torinese plasma come un concept in miniatura. Uscito il 16 ottobre 2026 per l'etichetta indipendente che li ha visti crescere, il disco conferma la vocazione del quartetto - oggi trio, dopo l'uscita di Emanuele Via - a trattare la forma-canzone come materia duttile, capace di reggere ironia, malinconia e impegno civile senza scadere nel didascalico.
Come si fa apre il sipario su un groove synth-pop che ricorda i Phoenix più solari, ma il testo - «Come si fa a non perdere il filo / quando il filo è l'unica cosa che hai» - sposta l'asse sul terreno dell'ansia generazionale. Due gocce d'acqua vira verso il chamber-pop: archi discreti, pianoforte preparato, una melodia che si fa ninna nanna per adulti insonni. È qui che la produzione di Matteo Cantaluppi (già al lavoro con Thegiornalisti e Colapesce) mostra i denti: ogni frequenza ha un posto, ogni silenzio è scritto.
Il cuore simbolico dell'EP è Ciao bella Italia, unico featuring dichiarato: il Piccolo Coro Mariele Ventre dell'Antoniano presta voci bianche a un brano che, sotto l'apparenza di filastrocca patriottica, nasconde una critica feroce al nazionalismo da cartolina. «Bella Italia che non c'è / bella Italia che non vedremo più» cantano i bambini, mentre la band costruisce un crescendo orchestrale che sfocia in un finale noise-rock inaspettato. Una mossa rischiosa, che però paga: il contrasto tra innocenza vocale e dissonanza strumentale rende plastico il senso di spaesamento identitario che attraversa l'intero progetto.
Ci manchiamo da una vita e Sasso riportano l'ascoltatore su coordinate più intime: la prima è una ballata acustica che ricorda i primi Baustelle per densità lirica («Ci manchiamo da una vita / eppure non ci siamo mai incontrati»); la seconda, titolata come un oggetto inerte, diventa metafora del peso che ci portiamo addosso - «Sono un sasso che rotola / ma non smussa gli spigoli». Chiude Baciamoci, uptempo new-wave con basso sincopato e refrain da festival estivo, che però si spegne su un feedback controllato, come a dire: la festa finisce, resta il rumore.
Nel panorama italiano 2026, saturato da singoli usa-e-getta e feat. algoritmici, N OI (titolo che gioca su «noi» e «no», negazione e affermazione) rivendica il diritto alla complessità. Gli Eugenio non cercano il consenso facile: lo costruiscono, brano per brano, con la pazienza di chi sa che la musica pop può ancora essere atto politico senza proclami. Un lavoro che, pur nella brevità, lascia il segno.
