Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

Europe, 40 anni di 'The Final Countdown': Wolverhampton celebra il rock che non invecchia

Europe, 40 anni di 'The Final Countdown': Wolverhampton celebra il rock che non invecchia

C'è una data che ogni fan del rock ha impressa nella memoria: il 1986, l'anno in cui un riff di tastiera cambiò per sempre la storia della musica popolare. Quarant'anni dopo, Joey Tempest e i suoi Europe sono saliti sul palco del Wolverhampton Civic Hall per celebrare quell'anniversario con la stessa urgenza di chi non ha mai smesso di crederci.

Ma la serata non era solo un'operazione nostalgia. Il pubblico — un mix generazionale che spaziava dai veterani della prima ora ai ventenni scoperti su TikTok — ha trovato ad accoglierlo due band di supporto che, ciascuna a modo proprio, raccontano dove sta andando il classic rock oggi.

The Damn Truth: l'anima hippie che non si è mai arresa

Quando i canadesi The Damn Truth hanno attaccato "Be Somebody" sulle note di "White Rabbit" dei Jefferson Airplane, la dichiarazione d'intenti era chiara: non siamo qui per fare un revival, siamo qui per continuare una storia. Lee Laubach — voce che sembra uscita da un incrocio tra Janis Joplin e Grace Slick — comanda il palco con una presenza scenica che non conosce mezze misure. Il suo vibrato è un marchio di fabbrica, ma non è solo tecnica: c'è una verità emotiva in ogni nota che la rende credibile, non derivativa.

Tom Shemer alla chitarra tesse assoli bluesy che brillano di luce propria, mentre P.Y. Letellier al basso e Dave Traina alla batteria costruiscono un groove pesante, viscerale, che affonda le radici nei tardi anni '60 ma suona pericolosamente attuale. "The Willow" omaggia Led Zeppelin senza scimmiottarli, "All Night Long" trasforma la sala in un unico corpo che si muove. Il loro "hard rockin' hippie soul" — definizione che la band stessa abbraccia — non è una posa estetica: è una necessità espressiva.

GUN: la lezione scozzese di come si suona duro e melodico

Cambio di registro, stessa intensità. Gli scozzesi GUN — reduci da un periodo di rinnovata vena creativa — aprono con "Lucky Guy" e il Civic Hall diventa immediatamente una questione di ritmo. Andy Carr al basso e Giuliano Gizzi alla chitarra intrecciano linee che sanno di glam rock classico ma con una produzione moderna, asciutta, priva di orpelli. Dante Gizzi — voce che ha attraversato tre decenni senza perdere un grammo di grinta — guida la band con l'autorevolezza di chi ha visto passare mode e stagioni.

Il set pesca dal repertorio storico — "Better Days", "Don't Say It's Over" — ma lascia spazio a materiale nuovo, segnale che la band non vive di rendita. Il pubblico risponde compatto: qui non c'è spazio per la nostalgia passiva, solo per il rock che funziona.

Europe: il conto alla rovescia non finisce mai

Quando le luci si abbassano e il synth di "The Final Countdown" parte, l'apice emotivo è collettivo. Ma ridurre la serata a quel brano — per quanto iconico — sarebbe ingiusto. Tempest, John Norum, John Levén, Mic Michaeli e Ian Haugland suonano come una macchina oliata da quarant'anni di strada: "Rock the Night", "Carrie", "Superstitious" mostrano una band che ha saputo evolversi senza tradire la propria identità melodica.

Il finale, con "Cherokee" e il bis inevitabile, lascia addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro: una celebrazione che non è museo, ma testimonianza viva. Quarant'anni dopo, il conto alla rovescia non è finito. È solo ripartito.

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.