Fontaines D.C., 2026. C'è una frase di Grian Chatten che riecheggia ancora nelle cuffie di chi li segue dalla prima ora: «Essere capiti creativamente da troppe persone è come avere mosche posate addosso ovunque. Ogni tanto devi scrollartele di dosso, solo per ricordarti chi sei». La disse alla vigilia di Romance, l'album che li ha portati dagli scantinati di Dublino agli stadi, spazzando via ogni etichetta post-punk con un colpo di synth e neon.
Ma il successo, per i Fontaines, non è mai stato una meta. È una trappola da cui fuggire. E Dopamine Chamber, il loro quinto disco, è la fuga più radicale finora.
La ricerca del vuoto
Chatten non ha scritto queste canzoni a Dublino. È andato a cercare il «grandeur sbiadito» di Venezia, Vienna, la Sicilia. Luoghi dove il tempo si è fermato, dove la bellezza marcisce sotto il sole. Ne è tornato con un «avvertimento catastrofico» — le sue parole — per un mondo che crolla: collasso climatico, realtà frammentata dagli schermi, stanchezza dell'orrore. Il risultato è un album che non suona come nulla abbiano fatto prima, pur essendo inconfondibilmente loro.
Un death march sintetico
Six Shot Morning apre le danze con un marcia funebre à la Depeche Mode, synth pulsanti che battono come un cuore meccanico. «Cuori malinconici in un film in movimento», canta Chatten, e l'immagine è perfetta: siamo tutti attori in un doom-scroll senza fine. L'album funziona come una singola suite, ogni brano uno stato d'animo alterato, un colpo di dopamina che svanisce lasciando il vuoto.
Marianne è una ballata per cyborg e orchestra, cinematografica nel senso più letterale: «per aiutarti a sparire». Poi Mimesis, noir synth-pop anni '80 dove l'ossessione incontra l'indifferenza, «tutti depressi, corriamo su una ruota». E quando arriva Happy... beh, il titolo è l'ironia più crudele del disco.
Niente formula, solo verità
La grandezza dei Fontaines D.C. sta nel rifiuto della comfort zone. Avrebbero potuto sfornare un altro Romance, riempire altri stadi, accontentare le mosche. Invece hanno scelto il buio, l'industriale, il synth che graffia. Dopamine Chamber non è un album facile. È uno specchio rotto che riflette la nostra epoca a pezzi. E proprio per questo è necessario.
Voto: 9/10
Laura Verdi
