C'è una geometria precisa nel modo in cui Gia Ford occupa lo spazio. Non quello fisico — la stanza d'albergo milanese dove ci incontriamo, anonima e funzionale — ma quello sonoro che ha costruito con A Room Within a Room, secondo album uscito lo scorso 18 settembre per Chrysalis Records. Ascoltarla parlare del disco significa entrare in un'architettura invisibile, fatta di corridoi stretti che si aprono improvvisamente in saloni alti, di porte che si chiudono piano per non svegliare i fantasmi.
"L'idea della stanza nella stanza nasce da un'esigenza di protezione", spiega Ford, le mani che disegnano forme nell'aria mentre cerca le parole. "Non nel senso difensivo. Più come quando da bambini ci si costruiva una capanna con coperte e sedie: uno spazio dentro lo spazio dove le regole cambiano, dove puoi essere qualcos'altro."
Il risultato sono undici tracce che rifiutano la spettacolarità a favore della densità. La produzione, curata dalla stessa Ford insieme a Dan Carey (Wet Leg, Fontaines D.C.), lavora per sottrazione: bassi che pulsano come vene sotto la pelle, chitarre che graffiano appena la superficie, la sua voce — strumento versatile, capace di passare dal sussurro al taglio netto — posizionata sempre esattamente dove serve. Niente riverberi gratuiti, niente sovraincisioni decorative.
"Dan mi ha insegnato che il silenzio non è vuoto. È materiale da costruzione", continua. "In 'The Garden' abbiamo passato ore a decidere quanto spazio lasciare tra una frase di basso e l'ingresso della batteria. Quel respiro è la canzone."
I testi seguono la stessa logica spaziale. Ford scrive di relazioni che si misurano in centimetri — la distanza tra due corpi nello stesso letto, lo spessore di un muro che separa stanze adiacenti, la misura esatta di quanto ci si permette di avvicinare prima di ritirarsi. In "Postcard" canta: "I measured the distance between your shoulder and the door / Three feet, maybe four / Enough to leave, not enough to stay". La precisione metrica come difesa contro l'indicibile.
C'è una genealogia britannica riconoscibile nel suo suono — l'eredità di PJ Harvey nella tensione tra controllo e abbandono, l'economia espressiva di The xx, la scrittura per immagini nitide di Dry Cleaning — ma Ford la rielabora in una lingua tutta sua. Meno teatrale, più architettonica. Ogni elemento ha una funzione portante.
Quando le chiedo se si sente parte di una scena, sorride. "Le scene sono stanze affollate. Io preferisco i corridoi."
A Room Within a Room non chiede di essere abitato tutto d'un fiato. Richiede visite ripetute, orari diversi, luci diverse. Come ogni buona architettura, si rivela nel tempo. E Ford, architetta paziente, aspetta che ce ne accorgiamo.
