Ci sono voluti quattro album e quasi un decennio perché i Greta Van Fleet smettessero di suonare come una cover band dei Led Zeppelin dotata di budget major e iniziassero a suonare come i Greta Van Fleet. Palace for the People, uscito a ottobre 2026 per Lava/Republic, è il disco della maturità ritardata: non un capolavoro, ma il primo capitolo di una discografia che può finalmente reggersi in piedi da sola.
La produzione di Dave Cobb — confermato dopo The Battle at Garden's Gate — asciuga gli eccessi orchestrali del predecessore per tornare a una dimensione più viscerale, quasi live in studio. Josh Kiszka dosa finalmente il falsetto, smettendo di trattarlo come ginnastica obbligatoria per ogni ritornello: in "Crown of Glass" e "Hollow Kings" la sua voce trova una gravità baritonale inedita, sporca, che ricorda più Chris Cornell giovane che Robert Plant. È la scelta più coraggiosa del disco.
Musicalmente, la band allarga il vocabolario: "Iron & Wine" innesta slide guitar e cadenze quasi swamp rock su una sezione ritmica (Sammy Kiszka al basso, Danny Wagner alla batteria) che finalmente groova invece di marciare. Jake Kiszka, da sempre il più derivativo dei chitarristi contemporanei, qui si concede fraseggi più obliqui, meno pentatonici, con un tocco di feedback controllato che sa di Neil Young prima che di Page. Il brano titolo, sette minuti di prog-folk con archi minimali arrangiati da Cobb stesso, è il momento più ambizioso e riuscito: nessuna epica forzata, solo tensione e rilascio.
Non tutto convince. "Neon Scripture" e "Digital Ghost" scivolano in territori arena rock generico, testi inclusi: metafore tecnologiche da liceale che scopre Black Mirror. E la ballata "Paper Crown" — piano, voce, crescendo finale — è competente ma anonima, il tipo di riempitivo che un disco da 42 minuti non si può permettere.
Contestualmente, Palace for the People arriva quando il classic rock revival ha esaurito la spinta commerciale: i Måneskin virano pop, i The Struts sono fermi al 2023, i Rival Sons non pubblicano da anni. I Greta Van Fleet, paradossalmente, sono gli unici rimasti a cercare una voce propria dentro quel linguaggio. Culturalmente, il disco segna il passaggio da "fenomeno virale odiato dai critici" a "band di mestiere con qualcosa da dire". Non è poco.
L'eredità artistica? Se Anthem of the Peaceful Army era il manifesto di un'estetica presa in prestito, questo è il primo documento di una band che ha smesso di scusarsi per i propri riferimenti e ha iniziato a digerirli. Manca ancora la canzone definitiva, l'"Stairway" o l'"Free Bird" che li renda indispensabili. Ma per la prima volta, si intravede la possibilità che la scrivano.
