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Hideo Kojima e 'Whalefall': quando il cinema rovina l'appetito per il calamaro

Hideo Kojima e 'Whalefall': quando il cinema rovina l'appetito per il calamaro

C'è un momento preciso in cui il confine tra ammirazione e repulsione si dissolve. Per Hideo Kojima, quel momento ha un nome: Whalefall. Il survival horror diretto da Brian Duffield, tratto dal romanzo di Daniel Kraus, ha conquistato il creatore di Metal Gear Solid e Death Stranding — ma gli è costato caro. "Non credo che mangerò calamari per un po'", ha scritto su X (ex Twitter) dopo la visione, con quella sincerità disarmante che lo contraddistingue.

La premessa è claustrofobica quanto basta: Jay Gardiner (Austin Abrams), subacqueo in cerca del corpo del padre (Josh Brolin), viene inghiottito da un capodoglio di 24 metri e 60 tonnellate. Ha un'ora d'ossigeno. Niente più, niente meno. Duffield, per rendere l'interno della bestia credibile, ha passato ore a studiare video d'autopsia di capodogli spiaggiati. Il risultato, secondo Kojima, è "eccezionale" sul piano degli effetti visivi.

Ma Whalefall non è solo body horror acquatico. Kojima ne coglie la dimensione letteraria: "Un film che esplora, in modo quasi meta-finzionale, la relazione alla Steinbeck tra balene e uomini come parte di un ecosistema, accanto al legame familiare tra padre e figlio". Parole che suonano familiari a chi conosce la sua opera. Le balene, del resto, nuotano nel suo DNA creativo da decenni.

"Amo le balene", confessa. "Alle elementari feci una ricerca sulla loro ecologia. Da allora ne sono rimasto affascinato: le loro dimensioni enormi per dei mammiferi, la loro presenza simbolica nell'ecosistema marino". E infatti: in Metal Gear Solid 2 Raiden viene inghiottito, digerito ed espulso da Arsenal Gear, balena d'acciaio che divora informazioni digitali. Cetacei compaiono in Metal Gear Solid 5 e Death Stranding. Echi di Moby Dick riemergono ovunque.

Kojima aveva ricevuto il romanzo di Kraus tempo fa, ma non era riuscito a leggerlo. Kraus, peraltro, ha co-scritto la sceneggiatura. La visione del film ha colmato il vuoto. E ha lasciato il segno — non solo artistico, ma gastronomico. Perché a volte l'arte ti entra dentro. Letteralmente.

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