Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

Oltre l'algoritmo di Resonance: la rilettura di Odyssey di Home a dieci anni dall'uscita

Oltre l'algoritmo di Resonance: la rilettura di Odyssey di Home a dieci anni dall'uscita

Nel 2014, il giovanissimo produttore americano Randy Goffe, attivo sotto lo pseudonimo Home, licenziava in modo quasi sornione Odyssey, un lavoro destinato a diventare, suo malgrado, una delle pietre angolari della cultura musicale nata e proliferata sul web negli anni Duemila. A distanza di un decennio, riascoltare questo disco significa compiere un'operazione d'archeologia digitale: spogliare il suono dai layer di meme, dai video "Simpsonwave" e dagli algoritmi di raccomandazione di YouTube che ne hanno decretato il successo planetario, per capire cosa rimanga davvero della materia prima.

La risposta, pur ridimensionata dal setaccio del tempo, resta largamente positiva. L'architettura sonora di Odyssey si muove con grazia al crocevia tra synthwave, chillwave di marca primi anni '10 (Tycho e Com Truise su tutti) e delicate suggestioni chiptune. La traccia manifesto resta inevitabilmente "Resonance", un vero e proprio miracolo di sintesi melodica: poche note di sintetizzatore imbevute di saturazione da nastro magnetico e un timbro caldissimo, capaci di attivare un'immediata risposta emotiva basata su un senso di nostalgia per un passato mai realmente vissuto (quella che i teorici della cultura di rete definirebbero anemoia).

Tuttavia, ridurre l'opera a un solo e ingombrante singolo sarebbe un errore di prospettiva. Pezzi come la title-track, "Native" o "Decay" mostrano una padronanza non banale della tessitura timbrica. Goffe lavora su frequenze basse e rotonde, modellate da una compressione sidechain mai aggressiva e da arpeggiatori che galleggiano su synth d'ambiente crepuscolari. La produzione possiede una qualità tattile e analogica sorprendente per un progetto nato interamente all'interno di una DAW casalinga, conferendo al disco una coerenza d'atmosfera innegabile.

Sotto il profilo strettamente compositivo, emergono oggi anche i limiti strutturali del lavoro. Odyssey soffre di una certa monotonia sintattica: le strutture metriche tendono a ripetersi senza grandi scatti d'immaginazione, e la palette di suoni, sebbene raffinata, rischia a tratti di adagiarsi in una zona di comfort fin troppo prevedibile. La seconda metà dell'album fatica a mantenere la tensione del blocco iniziale, scivolando talvolta in un sottofondo d'ambiente piacevole ma poco incisivo.

Cosa resta dunque di Odyssey? Non un capolavoro di scomposizione formale né un disco che ha rivoluzionato il linguaggio dell'elettronica colta, bensì un perfetto documento d'epoca. Home è riuscito a intercettare e codificare lo zeitgeist di una solitudine iperconnessa, trasformando un'estetica retro-futurista in un rifugio emotivo universale. Un album buono, imperfetto, ma dotato di un'anima autentica che continua a resistere all'obsolescenza programmata della rete.

Recensione a cura di Marco Rota

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.