EDITORIALE / IDENTITÀ E CONFINI
Il cavallo nero e la gabbia delle etichette: perché la musica non ha più bisogno di passaporti
La query di Google News che oppone "musica italiana" a "musica mondiale" rivela un'arretratezza categoriale. Intanto, dalle risaie del Vietnam, un cavallo nero galoppa verso i festival europei senza chiedere visti. La lezione di Dang Khoi: le radici non sono catene, sono ali.
La tassonomia dei pigri
Apri Google News, digiti "musica" e l'algoritmo - specchio fedele di un'industria ancora novecentesca - ti propone un bivio fasullo: musica italiana oppure musica mondiale. Come se l'italianità fosse un genere, un recinto, una garanzia di purezza. Come se il resto del pianeta - dall'afrobeat nigeriano al son cubano, dal raï algerino al gqom sudafricano - potesse essere compresso in un unico calderone esotico, il "world" buono per le compilation da supermercato e le playlist "relax" di Spotify.
È una tassonomia da dogana, non da critica. E tradisce un'ansia tutta occidentale: l'ossessione di etichettare per controllare, di separare l'«autoctono» dall'«altro» per non doverli far dialogare. Ma la musica, quella vera, non ha mai rispettato i confini amministrativi. Lo sapeva Bartók quando trascriveva canti contadini ungheresi e rumeni sapendo che la melodia non conosce il Trattato di Trianon. Lo sapeva Piazzolla quando faceva dialogare il bandoneón con il jazz newyorkese. Lo sanno oggi i figli degli immigrati a Milano o Marsiglia che campionano i dischi dei padri su beat trap.
Il galoppo di Dang Khoi
Entra in scena Dang Khoi. Con Ly Ngua O - "La canzone del cavallo nero" - porta il ca trù, antico canto cerimoniale vietnamita, sui palchi internazionali. Non come reperto museale, non come «world music» da vetrina WOMAD. Lo fa vivere. Lo ibrida con elettronica, rock, improvvisazione. Il cavallo nero del titolo non è un simbolo folklorico: è una forza che rompe la staccionata.
Qui sta la lezione. Dang Khoi non sceglie tra «tradizione» e «modernità», tra «vietnamita» e «universale». Le fa collidere. E in quella collisione genera qualcosa che nessuna categoria sa contenere. È la stessa operazione che - per restare in casa - compiono artisti come Davide Van De Sfroos o i Canzoniere Grecanico Salentino: prendono un dialetto, una tarantella, un liscio di provincia e li rendono lingua del presente. Non «musica italiana». Musica tout court.
Oltre il binarismo da algoritmo
La dicotomia di Google News è il sintomo di un'industria che ha ancora bisogno di scaffali. Ma il pubblico - soprattutto quello sotto i trent'anni - gli scaffali li ha bruciati. Ascolta Rosalía e Bad Bunny, ma anche Tinariwen e Altin Gün. Non si chiede se è "world" o "pop". Si chiede se è vero.
La vera distinzione non è geografica. È tra musica che ricorda da dove viene e musica che finge di non avere radici. Tra chi usa la tradizione come trampolino e chi la usa come tappeto. Dang Khoi salta. Il cavallo nero galoppa. E noi, dalle nostre redazioni, continuiamo a compilare moduli doganali per un viaggio che è già partito.
- Giulia Ferretti
