Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

Il cavallo nero galoppa oltre i confini: quando la tradizione vietnamita sfida l'oblio globale

Il cavallo nero galoppa oltre i confini: quando la tradizione vietnamita sfida l'oblio globale

EDITORIALE / RADICI E FUTURO

Il cavallo nero galoppa oltre i confini: quando la tradizione vietnamita sfida l'oblio globale

Una melodia che attraversa i secoli

C'è un cavallo nero che galoppa nella notte sonora del Vietnam. Non è una metafora letteraria, ma il cuore pulsante di Ly Ngua O - «La canzone del cavallo nero» - brano tradizionale che Dang Khoi ha strappato all'anonimato dei villaggi per portarlo sotto i riflettori internazionali. La notizia, rimbalzata su Vietnam.vn, potrebbe sembrare l'ennesima operazione di world music confezionata per palati occidentali in cerca di esotismo a buon mercato. Sarebbe un errore gravissimo, e colpevole, liquidarla così.

Non folklore, ma memoria vivente

Ly Ngua O affonda le radici nella tradizione dei Ca trù e dei canti popolari del Nord, forme d'arte che l'UNESCO ha iscritto nel patrimonio immateriale dell'umanità già nel 2009. Sono canti di corte, di templi, di case comuni dove la poesia si intreccia alla musica in un codice raffinato di modulazioni vocali, percussioni sottili, danzas delle mani. Dang Khoi non «rivisita»: restituisce. La sua operazione è filologica prima che artistica, politica prima che estetica. In un paese che ha visto la sua cultura tradizionale prima colonizzata, poi sospettata dal regime rivoluzionario come «feudale», e infine mercificata dal turismo di massa, riportare intatta una melodia ancestrale sulla scena mondiale è un atto di sovranità culturale.

Il pericolo della vetrina

Attenzione, però. La ribalta internazionale è una lama a doppio taglio. Il mercato globale della «world music» ha una storia lunga di appropriazioni: prende il suono, scarta il contesto, vende l'aura. Basti pensare a come il raï algerino o il fado portoghese siano stati spesso ridotti a colonne sonore per viaggiatori distratti. Dang Khoi cammina su un crinale sottile. La sua forza sta nel rifiuto della semplificazione: non aggiunge beat elettronici per «renderlo accessibile», non ammicca al festival di turno. Presenta il brano nella sua nudità rituale, costringendo l'ascoltatore occidentale a fare il lavoro faticoso - e necessario - di avvicinarsi all'Altro senza mediazioni comode.

Una lezione per l'Occidente musicale

Questa vicenda ci interpella direttamente, noi che scriviamo e leggiamo di musica da una redazione italiana. Quante tradizioni orali delle nostre regioni - il canto a tenore sardo, la pizzica salentina, i canti di lavoro delle mondine - rischiano la stessa sorte: museificazione o mercificazione? Il Vietnam ci insegna che la tradizione non è un reperto da conservare sotto teca, né una merce da esportare. È un linguaggio vivo che pretende parlanti, non turisti. Dang Khoi lo ha capito: il suo cavallo nero non galoppa per noi. Galoppa per i vietnamiti che non vogliono dimenticare chi sono. Noi abbiamo il privilegio di ascoltarlo. A patto di tacere, per una volta, e imparare.


Marco Rota

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.