Washington, D.C. — Mentre l'estate scalda l'asfalto della capitale, a Capitol Hill la temperatura sale su un fronte che tocca da vicino artisti, etichette e fan: la legislazione a tema musicale. La 119ª sessione del Congresso ha già sul tavolo una manciata di disegni di legge che l'industria segue col fiato sospeso, pronti a ridisegnare i confini tra creatività, giustizia e tecnologia.
Il RAP Act: quando le rime non sono confessioni
Il caso più emblematico — e quello che ha mobilitato l'intero establishment discografico — è il Restoring Artistic Protection (RAP) Act. Nato nel 2022, riproposto nel 2023 e nuovamente alla Camera lo scorso luglio, il testo mira a porre un freno all'uso dei testi rap come prove d'accusa nei processi federali.
Una pratica controversa da decenni, finita sotto i riflettori mediatici quando i procuratori l'hanno brandita contro nomi di primo piano come Young Thug, Gunna e Lil Durk. L'argomento della difesa è semplice: le liriche sono arte, non autobiografia giudiziaria. Trattarle come confessioni equivale a criminalizzare un genere — e una comunità — intera.
Il bipartisan — per modo di dire, visto che i firmatari sono i democratici Hank Johnson (Georgia) e Sydney Kamlager-Dove (California) — ha incassato l'endorsement compatto dell'industria: Recording Academy, RIAA, Warner Music Group, Universal Music Group e Live Nation hanno tutti firmato l'appello. Il testo è ora in mano alla Commissione Giustizia della Camera.
Non solo rap: l'ombra dell'IA e i diritti connessi
Ma il RAP Act non è l'unico fascicolo aperto. Tra i corridoi del Congresso circolano bozze su diritti connessi per le radio terrestri (l'annosa questione del "performance royalty" che gli USA condividono solo con Cina, Iran e Corea del Nord), trasparenza algoritmica nello streaming e, ovviamente, regolamentazione dell'intelligenza artificiale generativa — dal deepfake vocale all'addestramento non autorizzato sui cataloghi.
La posta in gioco è alta. Ogni provvedimento che passa (o affonda) a Washington si riverbera sui contratti dei songwriter, sulle royalty dei performer, sulla libertà espressiva di chi fa musica ai margini.
Un'agenda da monitorare
OndaPop terrà aggiornato questo elenco man mano che i testi avanzano, vengono emendati o — come spesso accade — finiscono nel dimenticatoio di fine legislatura. Per ora, il segnale è chiaro: l'industria non guarda più solo alle chart, ma anche al Congressional Record.
— Giulia Ferretti
