EDITORIALE / IDENTITÀ E MERCATO
Il folk non è un souvenir: quando la tradizione rifiuta l'esotismo e conquista il mondo
Il vizio italiano di guardare altrove
Scorrete le home page di Google News alla voce "musica italiana OR musica mondiale" e troverete la solita, stanca dicotomia: da una parte Sanremo, i talent, il pop da playlist algoritmica; dall'altra un calderone "world" dove finisce tutto ciò che non canta in inglese o in romanesco. L'Italia, paese che ha esportato l'opera e il belcanto, continua a trattare la propria musica popolare come un reperto archeologico da mostrare ai turisti in costume, mentre insegue con ansia da prestazione i suoni «veri» che arrivano da fuori. È la sindrome dell'esterofilia colta: crediamo che l'autenticità stia sempre altrove, preferibilmente in una lingua che non capiamo.
Dang Khoi e il cavallo nero che non si lascia addomesticare
Poi arriva Ly Ngua O - «La canzone del cavallo nero» - e Dang Khoi la porta sui palchi internazionali senza chiedere permesso. Non c'è nulla di «fusion» in questo brano: niente beat da festival europeo, niente featuring con dj parigini per renderlo «digeribile». C'è il đàn bầu monocordo che piange come una voce umana, c'è la pentatonica vietnamita che non si piega al temperamento equabile, c'è una narrazione leggendaria che parla di resistenza, non di evasione. Dang Khoi non «porta» la musica vietnamita nel mondo come un ambasciatore culturale con la valigia di campioni: la impone nella sua integrità, costringendo l'ascoltatore occidentale a fare lo sforzo di capire, non il comodo di consumare.
La lezione di Bartók e Lomax, dimenticata dai curatori di playlist
Béla Bartók e Alan Lomax lo sapevano: la musica popolare non si «valorizza» mettendole sotto una base four-on-the-floor. Si documenta, si studia, si rispetta nella sua funzione sociale - il lutto, la festa, la preghiera, la rivolta. Quando l'industria trasforma il folk in «world music», ne estrae la scorza timbrica e butta via la polpa semantica. Il risultato è quella colonna sonora da aeroporto che chiamiamo «etnica» e che non offende nessuno perché non dice nulla a nessuno. Dang Khoi, come prima di lui i Tinariwen o la maliana Fatoumata Diawara, sceglie la strada opposta: canta per i suoi antenati, e per caso il mondo ascolta.
L'Italia ha i suoi cavalli neri, ma li tiene in scuderia
Noi abbiamo i nostri canti alla lunga piemontesi, le tarantelle che non sono coreografie da sagra ma rituali di guarigione, il cantu a tenore sardo che l'UNESCO ha dichiarato patrimonio immateriale mentre le radio lo ignorano. Abbiamo Giovanna Marini, i Cantori di Carpino, i Fratelli Mancuso. Eppure, quando un artista italiano attinge a questo patrimonio, la critica lo etichetta «tradizione» - codice per «roba vecchia, non vendibile» - mentre se lo fa un vietnamita o un maliano diventa «world music», «esotico», «cool». È razzismo al contrario: neghiamo dignità contemporanea ai nostri suoni ancestrali per poi comprarcela a caro prezzo quando la rielabora qualcun altro.
La via stretta: fedeltà come unica modernità
La lezione di Ly Ngua O è brutale nella sua semplicità: non esiste «musica mondiale». Esiste musica fatta da esseri umani per altri esseri umani in un luogo preciso, in un tempo preciso. Se quella musica ha la forza di attraversare oceani e lingue, lo fa perché la sua radice è abbastanza profonda da reggere l'urto del viaggio - non perché qualcuno le ha tagliato le radici per farne un bonsai da salotto. L'Italia smetta di chiedersi «come esportare la nostra musica» e inizi a chiedersi «per chi suoniamo davvero». Finché suoneremo per l'estero, suoneremo vuoto. Il cavallo nero non si vende. Galoppa.
- Alex Conti
