Ha fatto discutere l'annuncio della residency di Marco Mengoni al Teatro Principe di Milano. Ventisei date con capienza ridotta a circa 600 posti, telefoni vietati, niente grandi successi in scaletta e biglietti che oscillano tra i 115 e i 230 euro. Un’operazione intitolata profeticamente Allo sbagliato, che ha scatenato sui social un backlash senza precedenti per l’artista di Ronciglione, accusato da parte del pubblico di essersi disconnesso dalla realtà socio-economica del Paese.
Eppure, da una prospettiva squisitamente industriale e artistica, la scelta di Mengoni non è un'anomalia improvvisata, ma l'ennesimo capitolo di una tendenza che sta ridisegnando la fruizione della musica dal vivo. Un precedente illustre e recente è stato il Nevergreen Tour di Francesco De Gregori al Teatro Out Off di Milano: duecento sedute per ripescare solo le canzoni meno note del suo repertorio. La matematica di queste operazioni è spietata: allestire una produzione di alto livello con professionisti di primo piano in una venue intima comporta costi fissi elevati che, divisi per poche centinaia di spettatori, spingono inevitabilmente i prezzi verso l'alto. Come ha sintetizzato lo stesso Mengoni, si tratta di una logica da "ristorante stellato": un servizio d'élite per un pubblico disposto a pagare un premium per l'intimità dell'esperienza, pur garantendo all'artista un margine economico drasticamente inferiore rispetto a una singola data negli stadi.
La vera frattura della musica dal vivo contemporanea emerge tuttavia quando si confronta questa esclusività da club con l'isterismo collettivo scatenato dalla reunion degli Oasis. Mentre le polemiche su Mengoni infiammavano i feed nostrani, migliaia di fan tentavano la sorte nelle feroci lotterie digitali per conquistare un tagliando a Knebworth o nelle tappe europee del tour dei fratelli Gallagher, accettando code virtuali estenuanti e listini influenzati dal dynamic pricing.
Il quadro che ne emerge rispecchia le profonde trasformazioni del mercato. Da una parte la conversione dei concerti pop in eventi esclusivi ad alto budget per pochi privilegiati; dall'altra la trasformazione dei live negli stadi in giganti finanziari a speculazione algoritmica. La musica dal vivo sta progressivamente perdendo la sua storica natura democratica, costringendo lo spettatore a scegliere tra la boutique d'élite e la roulette russa dell'evento di massa.
Giulia Ferretti
