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Ital Tek: «La mia elettronica cerca i futuri che non abbiamo vissuto»

Ital Tek: «La mia elettronica cerca i futuri che non abbiamo vissuto»

Quando Alan Myson risponde al telefono da Brighton, la voce ha quella stanchezza lucida di chi ha appena finito un disco che gli ha chiesto tutto. Mind Abandon, uscito a maggio per Planet Mu, è il decimo album in vent'anni di carriera, ma ascoltandolo non sembra un traguardo: sembra una ripartenza.

«La dubstep mi ha dato un linguaggio, ma a un certo punto quel linguaggio è diventato una gabbia», dice Myson, che come Ital Tek ha attraversato la mutazione del bass music britannico da dentro, non da spettatore. «Volevo smettere di scrivere per il dancefloor e iniziare a scrivere per lo spazio che c'è intorno alla testa di chi ascolta».

Il risultato è un lavoro che rifiuta la griglia. I ritmi ci sono, ma frammentati, sospesi, come se la gravità avesse smesso di funzionare. Deadhead apre con un kick che non atterra mai del tutto; Vesper stratifica arpeggiatori che sembrano cercare una melodia che non arriva. È musica per «futuri abbandonati», come suggerisce il titolo dell'intervista che gli feci anni fa: scenari che la tecnologia prometteva e che non si sono materializzati, o che si sono materializzati diversamente.

«C'è un disco di Harold Budd e Cocteau Twins, The Moon and the Melodies, che ascolto da trent'anni», racconta. «Non invecchia perché non ha mai cercato di essere contemporaneo. È questa la lezione: se insegui il suono del momento, il tuo disco ha una data di scadenza. Se cerchi qualcosa di vero, quella data non esiste».

La lavorazione di Mind Abandon è durata tre anni, intercalata da colonne sonore per videogiochi e installazioni sonore. Myson parla di «scrivere al buio», di sessioni notturne in cui spegneva lo schermo del computer per non vedere le forme d'onda. «Quando vedi il waveform, il cervello inizia a correggere, ad allineare, a quantizzare. Al buio devi fidarti dell'orecchio. È più lento, più frustrante, ma le cose che escono hanno un peso diverso».

Planet Mu, l'etichetta di Mike Paradinas, ha accompagnato tutta la sua parabola. «Mike non mi ha mai chiesto un singolo, mai un remix per il club. Mi ha solo detto: fammi sentire cosa hai quando è pronto. È un lusso che non esiste più da nessuna parte».

Oggi Myson insegna sound design all'università e vede i suoi studenti ossessionati dai plugin, dalle preset, dalla velocità. «Gli dico: il suono non è nel plugin. Il suono è nelle decisioni che prendi quando non sai cosa fare. Tutto il resto è decorazione».

Mind Abandon chiude con Still Life, quasi cinque minuti di drone caldo che si dissolve nel silenzio. Nessun fade out netto: il disco semplicemente smette di esserci. «È l'unica fine onesta per un album che parla di cose che svaniscono», dice Myson. «Non volevo un finale. Volevo che finisse l'ascolto».

Fuori dalla finestra di Brighton piove, come piove spesso sui dischi di Ital Tek. Ma dentro, nei solchi di Mind Abandon, c'è uno spazio asciutto dove i futuri non realizzati possono ancora accadere. Basta premere play e smettere di cercare il beat.

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