New York, 1994. Un ragazzo di ventisei anni con gli occhi di chi ha visto troppo e la voce di chi non ha ancora smesso di cercare entra in studio con una band che suona come un'estensione del suo sistema nervoso. Il risultato è Grace, undici tracce che ancora oggi suonano come una rivelazione postuma, un testamento artistico scritto prima del tempo.
Figlio di Tim Buckley — folksinger visionario morto per overdose quando Jeff aveva otto anni — il giovane musicista porta nel DNA una tensione irrisolta tra eredità e tradimento. Ma Grace non è un album sulla paternità: è un album sulla presenza. La title track apre con un riff di chitarra che sembra tagliare l'aria, mentre la voce di Buckley scivola dal falsetto al baritono con una fluidità che fa impallidire i virtuosi da conservatorio. Non c'è tecnica fine a se stessa: ogni melisma, ogni respiro trattenuto serve la narrazione emotiva.
La produzione di Andy Wallace (già al lavoro con Nirvana e Slayer) cattura l'urgenza live del trio — Buckley, Mick Grøndahl al basso, Matt Johnson alla batteria — senza lucidarne gli spigoli. Last Goodbye e So Real mostrano una scrittura pop di rara intelligenza, mentre Lilac Wine e Corpus Christi Carol rivelano una sensibilità da camerista. E poi c'è Hallelujah: la cover di Leonard Cohen che Buckley spoglia di ogni retorica per restituirne la nuda, spaventosa verità. La sua versione è diventata la versione, oscurando persino l'originale nell'immaginario collettivo.
L'impatto culturale di Grace si misura nelle generazioni successive: da Radiohead a Bon Iver, da Antony Hegarty a Phoebe Bridgers, la lezione di Buckley — la vulnerabilità come forza, la voce come strumento orchestrale — attraversa tre decenni di musica alternativa. L'album vendette poco all'uscita (circa 300.000 copie nei primi due anni), ma il passaparola lo trasformò in un oggetto di culto. La tragica scomparsa di Buckley nel 1997, annegato nel Mississippi a trent'anni, ne sigillò il mito.
Trent'anni dopo, Grace non invecchia. Ascoltarlo oggi significa confrontarsi con un artista che non ha mai avuto il tempo di deluderci, di ripetersi, di scendere a compromessi. È l'unica perfezione possibile: quella dell'incompiuto che basta a se stesso.
— Marco Rota
