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Johnny Jane - L'Heure Bleue: l'eleganza crepuscolare di un pop che non alza la voce

Johnny Jane - L'Heure Bleue: l'eleganza crepuscolare di un pop che non alza la voce

C'è una disciplina quasi monacale in L'Heure Bleue, terzo atto discografico di Johnny Jane, alias Théophile Papiernik. Dopo l'esordio omonimo del 2021 e il più espansivo Sentimentale (2023), l'artista francese restringe il perimetro: dodici brani, quaranta minuti scarsi, zero featuring, una tavolozza che predilige il sussurro all'urlo. Sony Music France gli concede la vetrina major, ma la sostanza resta quella di un artesano che lavora per sottrazione.

La produzione, curata dallo stesso Papiernik con il fido Baptiste Brondy (batterista live e co-produttore storico), privilegia la texture alla dinamica. I synth - Prophet-5, Juno-106, un tocco di DX7 per le linee di basso - formano un tappeto vellutato, mai invadente; le chitarre, spesso in clean con chorus appena accennato, disegnano arpeggi jangle che richiamano i Go-Betweens o i primi Aztec Camera. Il missaggio è pulito, forse fin troppo: la compressione sul master bus schiaccia i transienti, rendendo l'ascolto in cuffia piacevole ma privo di quella tridimensionalità che un brano come "Puzzle" meriterebbe. L'apertura dell'album è un manifesto: giro armonico in Mi maggiore, struttura A-B-A'-B' con bridge modulato in Fa# minore, ritornello che non esplode ma si dilata in un falsetto controllato. Elegante, sì. Memorabile? A metà.

Il songwriting segue coordinate precise: strofe narrative, ritornelli che si risolvono in hook melodici da una sola frase, ponti che introducono un accordo diminuito o una sospensione quarta per poi ricadere nella tonalità d'impianto. "Plan B" ne è l'esempio più riuscito: basso sincopato in sedicesimi, batteria elettronica (LinnDrum campionata, si direbbe) che lascia spazio a un fill acustico al secondo ritornello, testo che gioca sull'ambiguità tra piano di riserva e fuga sentimentale. La voce di Papiernik - baritono chiaro, vibrato quasi assente - sta sempre un passo indietro rispetto alla musica, come a non voler disturbare l'architettura. Funziona nei pezzi mid-tempo, meno quando l'arrangiamento chiede spinta: "J'aime quand tu danses" vorrebbe essere il momento dancefloor del disco, ma il groove resta accademico, la cassa in quattro quarti troppo educata per generare tensione fisica.

La seconda metà della scaletta accelera il passo emotivo. "Cernes", posizionata all'undicesimo posto, è il picco lirico e armonico: pianoforte preparato, archi sintetizzati (String Machine) che entrano solo nell'ultimo minuto, struttura through-composed che evita il ritornello canonico. Qui la produzione respira, le dinamiche tornano a esistere. Chiude "5h22", strumentale di due minuti: field recording di tram parigino, pad ambient, un tema di chitarra che si ripete sfumando. Un finale open, coerente con il titolo dell'album - quell'ora blu tra notte e alba dove i contorni si dissolvono.

Coerenza, dicevamo. L'Heure Bleue non ha cali di tensione, non ha brani riempitivi, non tradisce la sua identità. È anche il suo limite: manca l'attrito, l'imperfezione che genera personalità. Chi ama il chamber pop francamente melodico (Benjamin Biolay, Philippe Katerine, o l'ultimo Bertrand Belin) troverà pane per i denti. Chi cerca spigoli, rischio, una voce che si rompe, resti a bocca asciutta. Un album ben fatto, adulto, che conferma un mestiere solido ma non ancora la statura dell'opera necessaria.

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