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Keeley Forsyth: la voce che scolpisce il silenzio

Keeley Forsyth: la voce che scolpisce il silenzio

C'è un momento preciso, in Debris, in cui la voce di Keeley Forsyth smette di essere uno strumento e diventa un luogo. Accade su "Start Again", quando il pianoforte si ritira e resta solo quel timbro profondo, graffiato, che sembra arrivare da stanze chiuse da decenni. Non c'è riverbero, non c'è trucco. Solo una donna che canta come se la sua vita dipendesse da ogni sillaba.

La incontriamo in videochiamata da Manchester, dove vive con la figlia. Sullo sfondo, scaffali di libri e dischi in disordine apparente. «Scusate il caos», sorride, «ma è l'unico modo in cui riesco a lavorare». Quella che potrebbe sembrare una scusa è in realtà una dichiarazione poetica: l'arte di Forsyth nasce proprio dall'accettazione del disordine, dalla capacità di far emergere forma dal frammento.

Dalla Royal Exchange al folk spettrale

Prima dei dischi solisti — Debris (2020), Limbs (2022), The Hollow (2024) — Keeley Forsyth era un'attrice rispettata sui palchi della Royal Exchange Theatre Company. Ha interpretato Medea, Lady Macbeth, ruoli che richiedono di scavare nell'abisso. «Il teatro mi ha insegnato a usare il silenzio», racconta. «A capire che ciò che non dici è spesso più potente di ciò che urli. Nella musica ho portato la stessa disciplina: ogni pausa è una scelta, ogni respiro è scritto».

Il passaggio non è stato lineare. «Per anni ho scritto canzoni che nessuno sentiva. Erano troppo nude, mi dicevo. Poi ho capito che la nudità era proprio il punto». Il produttore Matthew Bourne (non il coreografo, l'altro — pianista, compositore, mente dietro i progetti più interessanti della scena improvvisativa UK) ha riconosciuto quella verità. Insieme hanno spogliato i brani fino all'osso: pianoforte, voce, occasionali archi. Nient'altro.

La maternità come frattura creativa

The Hollow, l'ultimo lavoro, segna una svolta. La gravidanza, il parto, i primi mesi di maternità hanno riscritto il suo rapporto con il corpo e con la voce. «Cantavo per mia figlia prima che nascesse. Le cantavo ninne nanne che non esistevano, le inventavo mentre la cullavo nel grembo. Quelle melodie sono finite nel disco, trasformate». Ascoltando "The Mother" si sente tutto: la tenerezza feroce, la paura ancestrale, la consapevolezza che generare vita significa anche consegnarla alla perdita.

«Non volevo fare un disco "sulla maternità"», precisa. «Volevo che la maternità attraversasse il disco. Come la luce attraversa una stanza vuota: non la vedi, ma cambia ogni cosa».

Il folk come atto di resistenza

In un'epoca di produzione iper-lucida, playlist algoritmiche e attenzione frammentata, la musica di Forsyth richiede un patto diverso. Chi ascolta deve fermarsi. Spegnere le notifiche. Accettare di stare in una stanza buia con una sconosciuta che le sussurra verità scomode. «Forse è per questo che la chiamano folk», riflette. «Non per gli accordi o gli strumenti. Ma perché è musica che appartiene a chi la ascolta. Diventa tua nel momento in cui ti ferma».

Il pubblico italiano l'ha scoperta tardi, ma con intensità. I concerti a Milano e Bologna lo scorso autunno hanno registrato sold out silenziosi, quell'attenzione raccolta che in Italia sanno offrire come pochi. «Ricordo Bologna», dice con un filo di voce. «Alla fine di "The Hollow" non c'era applauso per quasi un minuto. Solo respiro collettivo. Quello è il complimento più grande».

Il prossimo passo: non tornare indietro

Cosa viene dopo? Forsyth esita. «Sto scrivendo. Ma non so se diventerà un disco. Forse saranno solo canzoni per mia figlia. O forse cambierà tutto di nuovo». Poi aggiunge, decisa: «L'unica cosa che so è che non farò mai lo stesso disco due volte. Sarebbe tradire il motivo per cui ho iniziato».

Fuori dalla finestra di Manchester piove. Lei non chiude la tenda. Lascia che la luce grigia entri, che illumini la polvere sui libri, i dischi fuori posto. «Il disordine», ripete, «è l'unica onestà che conosco». E in quella frase c'è già la prossima canzone.

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