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Keo, "Put A Smile On For Me": il grunge da camera da letto che non sporca le mani

Keo, "Put A Smile On For Me": il grunge da camera da letto che non sporca le mani

C'è una parola inglese che descrive perfettamente l'operazione dei Keo: LARPing. Live action role-playing. Gente che si veste da elfo o da soldato napoleonico e ci crede davvero, per un weekend. Ascoltando Put A Smile On For Me, il debutto del quartetto londinese, la sensazione è identica: siamo nel 2026, ma sotto le camicie a quadri e i riff in drop-D non batte un cuore del 1992. Batte un metronomo.

Il grunge, quello vero, nacque da stanze fredde, disoccupazione, noia provinciale, eroina e una rabbia che non sapeva dove andare. Era sporco perché la vita lo era. I Keo — quattro ragazzi cresciuti tra Stratford e Hackney, formatisi tra una lezione di music business e un tutorial su YouTube — riproducono la forma svuotandone la sostanza. L'alternanza quiete-tempesta c'è, le dinamiche loud-quiet-loud pure, persino qualche melodia che si pianta in testa ("Breathe Out", "Static"). Ma manca il rischio. Manca l'imperfezione che fa sentire un disco vivo.

La produzione di Flood — sì, quel Flood — incornicia tutto in una patina lucida da playlist "Alternative Rock Essentials". Le chitarre non graffiano, ringhiano su comando. La voce di Jamie O'Connor imita lo strazio di Cobain e la tensione di Cornell senza averne mai vissuto le notti insonni. È karaoke di lusso.

Non è che i Keo non sappiano suonare. Sanno. Troppo bene. "Hollow" ha un ritornello che le radio mangeranno, "Glass House" chiude con un assolo misurato al millimetro. Il problema è che il grunge non si misura. Si subisce.

Forse tra vent'anni qualcuno tirerà fuori questo disco per una tesi su "il revival come simulacro". Oggi suona solo come un'ottima colonna sonora per una festa a tema Novanta dove nessuno ha mai sentito l'odore del tabacco freddo nei locali di Seattle. Voto: 5/10 — ben fatto, ma senz'anima.


Put A Smile On For Me è fuori ora per Dirty Hit / Polydor.

Sara Bianchi

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