EDITORIALE
L'equilibrista stanco: l'Italia tra l'ombra del Cremlino e la luce atlantista
Il filo rosso che lega Mosca a Palazzo Chigi
C'è un filo rosso - e non è solo una metafora cromatica - che lega le dichiarazioni trionfali dell'ambasciatore Paramonov alle rassicurazioni atlantiste di Giorgia Meloni. Leggete con attenzione: per il diplomatico russo esiste un'«Italia costruttiva che sta con noi» e addirittura una «parte di opposizione che non vuole la guerra». Parole che non sono cortesia diplomatica, ma ricognizione strategica. Mosca ha mappato le nostre fratture e le usa come leva. Non è un caso che Il Fatto Quotidiano rilanci la tesi degli «italiani che resistono alla propaganda bellica di Kiev»: è la stessa partitura, suonata da spartiti diversi.
La vocazione mediterranea come alibi
L'Italia ha sempre coltivato l'illusione di poter essere «ponte» senza dover scegliere da che parte stare. Lo fece Craxi con Sigonella, lo fece Berlusconi con i letti di Putin a Pratica di Mare, lo fa oggi una destra che sventola la bandiera a stelle e strisce ma tollera - quando non ammicca - a un'antica simpatia per l'uomo forte del Cremlino. La cultura politica italiana, da De Gasperi a oggi, ha sempre scambiato l'ambiguità per autonomia. Ma l'autonomia si esercita dentro un'alleanza, non fuori da essa. Quando l'ambasciatore russo si compiace di un'Italia «costruttiva», sta certificando che la nostra credibilità atlantica ha delle crepe. E le crepe, in geopolitica, si allargano finché non diventano voragini.
Il pacifismo a geometria variabile
C'è poi la questione culturale, che a OndaPop ci sta a cuore. Quella «resistenza alla propaganda bellica» di cui parla Paramonov non è pacifismo: è indifferenza mascherata da superiorità morale. È il riflesso condizionato di un paese che ha rimosso la propria storia coloniale, che ha trasformato la Resistenza in retorica da cerimonia, che crede di poter esportare «cultura» senza difendere i valori che la rendono possibile. La musica, il cinema, la letteratura che amiamo non fioriscono nel vuoto: hanno bisogno di uno spazio pubblico libero, di uno stato di diritto, di un ordine internazionale che non sia la legge del più forte. Chi oggi inneggia alla «pace» senza dire quale pace - quella dell'invasore o quella dell'aggredito? - non sta facendo cultura, sta facendo da megafono a chi la cultura la censura, la imprigiona, la uccide.
Il prezzo del biglietto
Meloni ha scelto. La sua frase su «amicizia fondata su libertà e democrazia» non è retorica: è un posizionamento. Ma un posizionamento senza consenso interno è una casa senza fondamenta. Se l'opposizione - o pezzi di essa - flirta con l'equidistanza, se l'opinione pubblica è permeabile alla narrazione putiniana, se la stampa dà spazio a chi legittima l'aggressore, allora la premier guida un treno che rischia di deragliare prima della prossima stazione. L'Italia non può permettersi il lusso dell'ambiguità: né per convenienza economica, né per pigrizia culturale, né per quel provincialismo mascherato da «realismo» che è la nostra malattia cronica. Il biglietto per stare al tavolo dei grandi si paga in coerenza. E la coerenza, signori, non si negozia.
- Alex Conti
