IL PUNTO DI ONDAPOP
C'è un filo invisibile che lega le bizzarrie del termometro alla cronica piattezza dei nostri indici economici, fino ad arrivare alla morbosa fascinazione per i fantasmi della cronaca nera di vent'anni fa. È la narrazione di un Paese bloccato in un'eterna mezza stagione, incapacitato a sintonizzarsi con il presente e drammaticamente spaventato dal futuro.
Il ritardo come forma mentis: il clima e la crescita
Guardando le ultime notizie, l'istantanea dell'Italia contemporanea appare quasi metaforica. Da un lato abbiamo le mappe meteorologiche che fanno «marcia indietro»: l'autunno non arriva, rinvia il suo esordio a metà ottobre con escursioni termiche nevrotiche, notti fresche e picchi quasi estivi di 28 gradi. Dall'altro, l'Ufficio Parlamentare di Bilancio ci consegna una diagnosi impietosa ma prevedibile: nel trentennio 1996-2025, la crescita media del PIL italiano si conferma sistematicamente più bassa rispetto al resto dell'Unione Europea. Trent'anni di passi felpati, di galleggiamento senza visione, dove ogni scatto in avanti viene neutralizzato da una forza di gravità strutturale che sembra non lasciarci scampo.
Non è un caso che il rinvio atmosferico specchi il rinvio economico e sociale: l'Italia è la nazione del «non ancora» e del «non più», un luogo intermedio dove le stagioni non cambiano e le riforme non partono mai davvero.
La nostalgia del delitto e la rimuginazione collettiva
In questa stasi generalizzata, anche la cultura di massa e il circuito mediatico cercano rifugio nell'unico territorio percepito come rassicurante: il passato. È sintomatico il rispolverare profili di magistrati come Fabio Napoleone e l'eterno ritorno sui dettagli del delitto di Garlasco, con citazioni nostalgiche («Noi siamo convinti che non sia stato lei»). Rifugiarsi nei grandi gialli degli anni Duemila è la nostra versione dell'oppio mediatico, un vero e proprio confortante true crime d'epoca che ci permette di sviscerare per l'ennesima volta gli stessi dubbi, evitando di affrontare le incertezze del presente.
Siamo vittime di quella che il filosofo Mark Fisher definiva «hauntologia»: la nostalgia per un futuro che non si è mai realizzato, sostituita dalla ripetizione coatta di stilemi, eventi e traumi del passato. Preferiamo interrogarci sulle perizie di ieri anziché chiederci quale modello economico o culturale possa salvare la prossima generazione dal declino dei salari e dalla crisi climatica.
Rompere il disco incantato
L'Italia assomiglia sempre più a un vinile graffiato che continua a suonare lo stesso accordo a colpo d'occhio. La combinazione tra immobilismo macroeconomico, paralisi stagionale e retrotopia mediatica crea una bolla d'ansia strisciante. Ma non possiamo permetterci il lusso dell'intorpidimento.
Accettare che il clima sia cambiato significa pretendere politiche ambientali serie, non semplici bollettini d'allarme; prendere atto del trentennio perso sul PIL impone una radicale revisione delle priorità industriali e culturali del Paese; smettere di vivisezionare i delitti di vent'anni fa richiede un giornalismo che torni a raccontare le complessità dell'oggi. Se non faremo questo scatto di coscienza, rimarremo per sempre qui: a guardare il termometro che sale, il PIL che scende e il passato che torna a farci visita ogni sera in prima serata.
di Giulia Ferretti