C'è un momento preciso in cui un film d'animazione smette di essere "per bambini" e diventa patrimonio emotivo collettivo: quando la colonna sonora esce dalla sala e si infila nelle cuffie di chi non ha mai smesso di cercare magia nel quotidiano. L'Isola dei Ricordi, il nuovo titolo DreamWorks in uscita questa settimana, sembra costruito proprio per quel momento.
La regia è affidata a Chris Sanders — già padre de Lilo & Stitch e Dragon Trainer — ma la vera firma autoriale, stavolta, sta nelle note. La partitura porta la firma di Kris Bowers, compositore che ha saputo muoversi tra la delicatezza di Green Book e l'urgenza narrativa di Bridgerton. La sua scrittura per archi e pianoforte, qui contaminata da strumenti a fiato dal sapore mediterraneo, disegna un paesaggio sonoro che ricorda il miglior Joe Hisaishi senza mai scadere nella citazione.
Il tema principale — un valzer zoppicante in 5/4 che si apre su un coro di voci bianche — accompagna il viaggio di ROZZUM 7134, il robot protagonista, nella sua trasformazione da macchina a madre surrogata. È una scelta armonica ardita: quel tempo dispari racconta l'imperfezione, l'inciampo, l'umanità che nasce dall'errore. Bowers lo ripropone in chiave minimalista durante le sequenze notturne, solo pianoforte e violoncello, per poi farlo esplodere in un finale orchestrale che cita — quasi sussurrando — il tema di Dragon Trainer di John Powell. Un omaggio? Un passaggio di testimone? Probabilmente entrambi.
Ma la musica non vive solo nella partitura originale. La colonna sonora include tre brani originali interpretati da AURORA, la cantautrice norvegese la cui voce eterea è diventata sinonimo di meraviglia cinematografica post-Frozen II. Il suo "Remember Me Not" — questo il titolo del brano portante — è una ninnananna rovesciata: non culla, risveglia. Il testo, scritto in collaborazione con Sanders, parla di memoria come atto di resistenza, di radici che non si vedono ma tengono in piedi l'albero.
Per chi ama la musica applicata all'immagine, L'Isola dei Ricordi offre un caso di studio raro: una colonna sonora che non commenta l'azione, la determina. Ogni scelta timbrica — dall'uso dell'oud nelle sequenze flashback alla totale assenza di percussioni nei momenti di massima tensione — è drammaturgia pura. Non serve aver visto il film per capirlo: basta chiudere gli occhi e ascoltare i primi trenta secondi del tema principale. Se vi viene voglia di chiamare vostra madre, o vostro figlio, o semplicemente di sedervi sul pavimento ad ascoltare il silenzio tra una nota e l'altra, allora Bowers ha fatto il suo lavoro. E DreamWorks, ancora una volta, ha capito che l'animazione non è un genere. È un linguaggio. E la musica, la sua poesia.
