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L'Italia bifronte: tra Atlantico e Cremlino, il vizio antico dell'equidistanza impossibile

L'Italia bifronte: tra Atlantico e Cremlino, il vizio antico dell'equidistanza impossibile

EDITORIALE

L'Italia bifronte: tra Atlantico e Cremlino, il vizio antico dell'equidistanza impossibile

La premier rivendica l'alleanza atlantica fondata su «libertà e democrazia», mentre Paramonov esulta per un'Italia che «resiste alla propaganda bellica di Kiev» e vede nell'opposizione un alleato contro la guerra. Due narrazioni speculari che rivelano la stessa patologia: l'incapacità cronica di scegliere da che parte stare.

La doppia lingua della politica estera

C'è qualcosa di profondamente italiano - nel senso peggiore del termine - nella simultaneità di queste dichiarazioni. Giorgia Meloni, da Washington o da Palazzo Chigi, scandisce parole nette: l'amicizia con gli Stati Uniti è «fondata su libertà e democrazia». Poche ore dopo, l'ambasciatore russo Paramonov - con la disinvoltura di chi conosce i corridoi di Roma meglio di molti ministri - certifica l'esistenza di un'«Italia costruttiva che sta con noi» e addirittura di una «parte di opposizione che non vuole la guerra con noi».

Non è diplomazia. È schizofrenia geopolitica.

Il vizio originario: dal non allineamento all'irrilevanza

Questa ambiguità non nasce oggi. Affonda le radici nella Guerra Fredda, quando l'Italia coltivava l'illusione di essere un «ponte» tra Est e Ovest, forte del partito comunista più forte d'Occidente e di una Democrazia Cristiana che praticava l'arte del doppioforno. Craxi lo chiamava «equidistanza», ma era solo un eufemismo per non decidere. Oggi, con la guerra alle porte d'Europa e l'ordine liberale sotto assalto, quella stessa ambiguità si trasforma in vulnerabilità sistemica.

Quando Paramonov rivendica che «gli italiani resistono alla propaganda bellica di Kiev», non sta improvvisando. Sta leggendo i sondaggi, sta ascoltando i talk show, sta misurando la stanchezza di un'opinione pubblica che - complice una certa informazione pigra - fatica a distinguere tra cause e effetti, tra aggressore e aggredito. E trova sponda non solo nella maggioranza silenziosa, ma in una parte dell'opposizione che ha scambiato il pacifismo con l'equidistanza morale.

Il prezzo dell'ambiguità

La premier può firmare tutti i comunicati atlantisti che vuole, può volare a Washington e giurare fedeltà all'articolo 5. Ma finché a Roma un ambasciatore straniero si sente autorizzato a dettare l'agenda politica interna - indicando quali pezzi dell'opposizione sono «amici» e quali narrazioni attecchiscono - la sovranità italiana è una finzione.

Non si tratta di «stare con l'America» per servilismo. Si tratta di capire che non esiste una terza via tra un ordine basato sul diritto internazionale e uno basato sulla forza bruta. L'Italia ha già pagato cara, negli anni '70 e '80, l'illusione di poter gestire il terrorismo e la tensione internazionale con la mediazione e il compromesso. La storia non si ripete, ma fa le rime.

Scegliere, finalmente

Meloni ha l'occasione - e il dovere - di tagliare il nodo gordiano. Non con tweet o comunicati, ma con atti: espellere i diplomatici russi coinvolti in operazioni d'influenza, blindare il sostegno a Kiev senza «se» e senza «ma», dire chiaramente agli alleati europei e americani che l'Italia non è un ventre molle.

E l'opposizione? Smetta di inseguire il consenso facile dell'astensione pacifista. Chi non sa distinguere tra chi invade e chi resiste non è «contro la guerra»: è dalla parte di chi la guerra la fa.

L'Italia non è un ponte. È un pilastro. O crolla.

- Marco Rota

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