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L'Italia bifronte: tra atlantismo di facciata e simpatie putiniane trasversali

L'Italia bifronte: tra atlantismo di facciata e simpatie putiniane trasversali

EDITORIALE

L'Italia bifronte: tra atlantismo di facciata e simpatie putiniane trasversali

La premier rivendica l'amicizia con gli Usa fondata su «libertà e democrazia». Paramonov e l'ambasciatore russo rispondono compiaciuti: c'è un'Italia «costruttiva» che sta con loro, e perfino pezzi d'opposizione che non vogliono la guerra. Due narrazioni inconciliabili che convivono nello stesso Palazzo Chigi. E il Paese paga il prezzo della sua ambiguità strategica.

La retorica atlantista e la realtà dei fatti

Giorgia Meloni sa le parole a memoria. «Amicizia fondata su libertà e democrazia»: la formula è rodata, rassicurante, perfetta per le conferenze stampa congiunte e i vertici Nato. Ma le parole, in diplomazia, valgono quanto i fatti che le seguono. E i fatti, ultimamente, parlano una lingua diversa. Quella che l'ambasciatore russo Paramonov - con quella sua aria da burocrate sovietico che ha visto cadere imperi - parla senza filtri: «Gli italiani resistono alla propaganda bellica di Kiev». Non è una lamentazione. È una constatazione. E una rivendicazione.

Un'Italia «costruttiva» per Mosca

Quando un ambasciatore straniero si permette di dire che «c'è un'Italia costruttiva che sta con noi», e che perfino «una parte di opposizione non vuole la guerra con noi», non sta improvvisando. Sta certificando uno stato delle cose. Sta dicendo ad alta voce ciò che i corridoi di Palazzo Chigi, della Farnesina e dei partiti sussurrano da mesi: l'Italia atlantista è una narrazione di comodo. La realtà è un Paese spaccato, dove la condanna formale dell'aggressione russa convive con una comprensione strisciante per le «ragioni» di Putin, dove il sostegno a Kiev si misura in pacchetti d'armi diluiti nel tempo e in distinguo parlamentari che suonano come scuse.

Il vizio d'origine: la cultura politica italiana

Non è un incidente di percorso. È un vizio d'origine. L'Italia repubblicana non ha mai elaborato una dottrina di politica estera autonoma: ha sempre oscillato tra fedeltà atlantica (per convenienza, non per convinzione profonda) e pulsioni terzomondiste, neutraliste, «mediterranee» che hanno trovato in Mosca un interlocutore naturale. Dai tempi di Togliatti a quelli di Craxi, dalla DC di Fanfani alla Lega di Salvini, il filo rosso è lo stesso: l'idea che l'Italia possa permettersi l'equidistanza, che i suoi interessi stiano nel «dialogo» con tutti, che la morale sia un optional per i grandi e un lusso per i piccoli.

Il prezzo dell'ambiguità

Ma il mondo non aspetta le nostre mediazioni. L'Ucraina non è un dossier: è un paese che muore mentre noi discutiamo di «propaganda». Gli alleati europei e americani non sono partner da gestire con il bilancino: notano, registrano, e alla prossima occasione - un vertice Nato, una decisione su sanzioni, un dossier energetico - presenteranno il conto. L'ambiguità non è prudenza: è debolezza. E la debolezza, in geopolitica, si paga cara.

- Marco Rota

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