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L'Italia che guarda ai Balcani mentre affonda a Siracusa: la geopolitica come anestetico locale

L'Italia che guarda ai Balcani mentre affonda a Siracusa: la geopolitica come anestetico locale

EDITORIALE / GEOPOLITICA DOMESTICA

L'Italia che guarda ai Balcani mentre affonda a Siracusa: la geopolitica come anestetico locale

La sindrome dell'accerchiamento (finto)

Guido Crosetto annuncia radar nei Balcani per «difendere anche l'Italia» e la frase suona come una dichiarazione di guerra preventiva contro un nemico che non c'è. La verità è più prosaica: l'Italia non ha un confine orientale da difendere, ha un confine morale da ricostruire. I radar servono a guardare fuori perché dentro non si osa guardare. È la vecchia strategia del divide et impera rovesciata: unisci il consenso attorno a una minaccia esterna per non dover rispondere del disastro interno.

Siracusa, metafora nazionale

Mentre il ministro della Difesa punta il dito verso i Balcani, a Siracusa il sindaco finisce indagato per appalti truccati. Non è un caso isolato, è la regola. La Sicilia - terra di frontiera per eccellenza, crocevia di civiltà, laboratorio di ogni ibridazione culturale - è diventata il simbolo di un'Italia che si mangia le proprie risorse mentre finge di proteggere il perimetro. Gli appalti pilotati non sono «malaffare»: sono il sistema operativo di un paese che ha smesso di credere nella cosa pubblica per ridurla a cosa loro.

El Niño non legge i comunicati stampa

E poi c'è il meteo. El Niño, ci spiegano gli esperti, porterà un inverno anomalo. Più caldo, più estremo, più imprevedibile. Il clima non conosce confini né radar, non si ferma ai checkpoint né si lascia comprare con un appalto. È l'unica vera minaccia esistenziale - e l'unica che la politica tratta come variabile secondaria, argomento da rubrica del fine settimana. Mentre si discute di deterrenza nei Balcani, il termometro sale e il dissesto idrogeologico aspetta la prossima alluvione per presentare il conto.

Il filo conduttore: la fuga dalla realtà

Tre notizie, un solo denominatore: la fuga in avanti. La geopolitica come fuga dalla politica. Il nemico esterno come alibi per l'inerzia interna. L'Italia di oggi assomiglia a quel personaggio pirandelliano che si mette la maschera del soldato per non dover guardare in faccia l'uomo corrotto che è diventato. I radar nei Balcani costeranno milioni; la corruzione a Siracusa ne ha già bruciati chissà quanti; El Niño presenterà un conto in dollari climatici che nessun bilancio della difesa potrà coprire.

La cultura come anticorpo

In tutto questo, dove sta la cultura? Dove sta la musica, la letteratura, il cinema che dovrebbero essere il termometro della febbre collettiva? Troppo spesso rinchiuse in festival autocelebrativi, premi che si scambiano gli stessi giurati, narrazioni che scimmiottano l'estetica del potere invece di smontarla. Servirebbe una nuova Scuola di Siracusa - non di filosofia, ma di resistenza civile. Artisti che raccontino il marcio degli appalti con la stessa intensità con cui si racconta l'epica dei confini. Musicisti che trasformino il suono dei radar in dissonanza, in allarme, in canto di rivolta.

L'Italia non si difende con i radar nei Balcani. Si difende pretendendo che a Siracusa - e a Roma, e a Milano, e in ogni municipio - la cosa pubblica torni a essere pubblica. Si difende smettendo di trattare il clima come sfondo e iniziando a trattarlo come protagonista. Finché la classe dirigente guarderà l'orizzonte per non vedere i propri piedi, il pavimento continuerà a cedere. E nessun radar, per quanto sofisticato, potrà intercettare il rumore del crollo.

- Alex Conti

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