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L'Italia che scoppia: tra saturazione turistica, retorica vuota e fuochi che covano sotto la cenere

EDITORIALE

L'Italia che scoppia: tra saturazione turistica, retorica vuota e fuochi che covano sotto la cenere

Mentre il mondo brucia ai confini e i flussi turistici ci soffocano, la politica risponde con slogan da curva. Vannacci, Mazzi, Askatasuna: tre facce della stessa medaglia di un Paese che non sa più nominare i propri conflitti.

La geopolitica bussa, noi rispondiamo con le frasi fatte

Gli Houthi colpiscono l'aeroporto di Riad, la tensione Usa-Iran sale di un altro gradino, e l'Italia? L'Italia sta a guardare, o meglio: sta a sentire. Perché in un mondo dove le catene di approvvigionamento energetico passano ancora per lo Stretto di Hormuz, ogni scintilla in Medio Oriente è un rincaro in bolletta per le famiglie italiane, un rischio per le nostre imprese, un'ombra sulla nostra sicurezza. Eppure il dibattito pubblico è altrove. È ridotto a tifoseria.

Il generale, il ministro e la saturazione

Roberto Vannacci tuona: "L'Italia è fondata sul lavoro, non sul bivacco". Una frase che suona come un manifesto, ma che nasconde una verità scomoda: il lavoro, in questo Paese, sempre più spesso non c'è, o è povero, o è nero. E il "bivacco" che il generale addita è spesso l'unica forma di sopravvivenza per chi un contratto non ce l'ha. Parole che piacciono a chi vuole sentirsi dalla parte giusta, ma che non costruiscono una sola politica industriale, non alzano un solo stipendio, non risolvono la precarietà strutturale che attraversa tre generazioni.

Poi c'è Daniela Santanchè - pardon, il ministro del Turismo Daniela Santanchè, citata tramite le parole del suo sottosegretario Vittorio Sgarbi? No, la notizia parla di Mazzi: "A settembre l'Italia prima in Europa per saturazione". Il turismo da risorsa si è fatto predatore. Venezia, Firenze, Roma, la Costiera: non sono più città, sono parchi a tema a cielo aperto dove i residenti sono comparse. La "saturazione" non è un record da esibire, è una ferita. Significa case vuote per gli affitti brevi, botteghe storiche sostituite da franchising, identità svendute al miglior offerente. E il governo? Brinda ai numeri record.

Askatasuna: quando il conflitto torna a farsi carne

E poi c'è Torino. Le perquisizioni ad Askatasuna, diciannove misure cautelari, l'ipotesi di tentato omicidio. Qui la retorica si ferma, la realtà morde. Askatasuna non è un circolo culturale: è un nodo di antagonismo radicale che da decenni occupa uno spazio - fisico e simbolico - che lo Stato ha tollerato, usato, poi represso a fasi alterne. Gli scontri di questi giorni non nascono dal nulla: sono il frutto marcio di una gestione dell'ordine pubblico che alterna lassismo e pugno di ferro, senza mai affrontare la radice. La rabbia giovanile, la mancanza di prospettive, la guerra tra poveri nelle periferie: tutto questo non si risolve con i blindati, né con i comunicati stampa.

Il filo rosso: un Paese che non sa più dirsi la verità

Geopolitica, turismo, ordine pubblico: tre notizie, un solo malessere. L'Italia ha smesso di porsi le domande difficili. Preferisce gli slogan alle riforme, i numeri da record alle politiche abitative, la repressione spot alla mediazione sociale. Vannacci che cita l'articolo 1 della Costituzione per dividerci invece che unirci. Mazzi che festeggia l'overtourism come fosse un trofeo. Lo Stato che ricorda di esistere solo quando deve manganellare.

Gramsci scriveva che "la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere". Siamo nel mezzo di quel parto doloroso. E mentre aspettiamo, i fuochi covano: a Riad, a Venezia, in corso Regina Margherita. La cenere copre tutto, ma sotto brucia ancora.

- Marco Rota

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