EDITORIALE | GEOPOLITICA & CULTURA
L'Italia dei due forni: tra radar atlantici e sorrisi al Cremlino, la coerenza è merce rara
La premier giura amicizia «fondata su libertà e democrazia» con Washington. Il ministro della Difesa installa radar nei Balcani «per difendere anche l'Italia» sotto ombrello NATO. Intanto l'ambasciatore russo a Roma stappa lo champagne: c'è «un'Italia costruttiva che sta con noi». Benvenuti nella schizofrenia geopolitica del governo Meloni: atlantisti a parole, ambigui nei fatti, inaffidabili per definizione.
La recita atlantista e il copione noto
Giorgia Meloni a Washington recita la parte che l'Occidente vuole sentire. «Amicizia fondata su libertà e democrazia»: parole scolpite nel marmo della retorica post-1945, la stessa che sentimmo da De Gasperi, da Andreotti, da Berlusconi, da Draghi. Il copione non cambia: l'Italia è il pilastro mediterraneo della NATO, l'alleato fedele, la portaerei nel Mare Nostrum. Peccato che la realtà, ostinatamente, si ostini a smentire la sceneggiatura.
Crosetto e la militarizzazione dei Balcani
Guido Crosetto, l'uomo forte della Difesa, annuncia radar nei Balcani «per difendere anche l'Italia». Una mossa che sa di deterrenza classica, di contenimento russo, di rafforzamento del fianco est atlantico. Giusto, necessario, persino tardivo. Ma se leggi le dichiarazioni dell'ambasciatore russo Paramonov su Avvenire - «c'è un'Italia costruttiva che sta con noi» - ti viene il dubbio che quei radar servano più a tranquillizzare Washington che a spaventare Mosca. Perché se il rappresentante del Cremlino a Roma si sente abbastanza a suo agio da rivendicare una sintonia politica, significa che il messaggio doppio è arrivato forte e chiaro.
L'ambiguità non è diplomazia, è vizio congenito
Qui non parliamo di realpolitik né di equilibrismo da grande potenza. L'Italia non è la Francia di De Gaulle né la Germania di Merkel. L'Italia è il paese che nel 1940 entra in guerra a fianco di Hitler credendo di sedersi al tavolo dei vincitori, e nel 1943 firma l'armistizio sperando di sedersi al tavolo dei vincitori dall'altra parte. È il paese che negli anni '70 ospita la più grande base comunista occidentale e la più grande base americana d'Europa, e tutti fingono che vada bene così. È il paese che firma il Memorandum sulla Via della Seta con Xi Jinping nel 2019 e nel 2023 fa finta di non ricordarsene.
Questa non è flessibilità. È assenza di bussola. È la sindrome del due forni elevata a dottrina di Stato: cuoci il pane atlantista al mattino e quello russo al pomeriggio, sperando che nessuno assaggi entrambi.
Il prezzo culturale dell'inaffidabilità
Il costo non è solo diplomatico. È culturale. Un paese che non sa scegliere - o che sceglie di non scegliere - produce una classe dirigente che parla due lingue diverse nello stesso respiro. Produce un'opinione pubblica anestetizzata dalla contraddizione, incapace di pretendere coerenza. Produce intellettuali che giustificano l'ambiguità come «pragmatismo mediterraneo» mentre è solo viltà strategica.
Quando l'ambasciatore russo può permettersi di dire, nero su bianco su un giornale dei vescovi, che l'Italia «sta con noi», la misura è colma. Non perché la Russia sia il Male Assoluto - la geopolitica non fa morale - ma perché un alleato NATO non può permettere che il rappresentante della potenza avversaria rivendichi complicità politica. O sei dentro l'Alleanza atlantica con tutti i crismi, o ne esci. La zona grigia è dove finiscono i paesi che la Storia smette di prendere sul serio.
La musica è finita, gli amici se ne vanno
C'è una canzone di Franco Battiato, La cura, che recita: «Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza / percorreremo insieme le vie che portano all'essenza». L'Italia di oggi ha smarrito entrambe. Ha il chiasso di chi vuole piacere a tutti e la fretta di chi non ha un progetto. I radar nei Balcani sono ferraglia se non c'è una visione. Le parole di Meloni a Washington sono aria se a Roma l'ambasciatore russo brinda.
Scegliere fa male. Scegliere significa scontentare qualcuno. Ma non scegliere - questa è la lezione che l'Italia rifiuta di imparare dal 1943 - significa scontentare tutti. E alla fine, restare soli. Con due forni spenti e nessun pane in tavola.
Alex Conti
