Iscriviti a OndaPop entra in classifica

Articolo

L'Italia tra due fuochi: la lealtà atlantica e il canto delle sirene russe

L'Italia tra due fuochi: la lealtà atlantica e il canto delle sirene russe

EDITORIALE

L'Italia tra due fuochi: la lealtà atlantica e il canto delle sirene russe

La premier rivendica l'amicizia con gli Usa fondata su libertà e democrazia. Da Mosca, intanto, l'ambasciatore Paramonov dipinge un'Italia «costruttiva» che «resiste alla propaganda di Kiev». Due narrazioni inconciliabili. La posta in gioco non è solo geopolitica: è la tenuta della nostra coscienza civile.

La dichiarazione di fedeltà

«Amicizia fondata su libertà e democrazia». Le parole di Giorgia Meloni a RaiNews non lasciano spazio ad ambiguità: l'Italia sta con l'Occidente, con l'Ucraina, con l'ordine liberale uscito dal 1945. È la continuità di una scelta maturata nel 1949 con l'adesione alla Nato, confermata nel 1955 con l'ingresso nell'Onu, cementata dai governi di ogni colore - da De Gasperi a Draghi. Una scelta che ha garantito settant'anni di pace, prosperità, diritti. Chi oggi la mette in discussione, volutamente o per ingenuità, gioca con il fuoco.

L'offensiva narrativa di Mosca

Mentre la premier parlava, l'ambasciatore russo Paramonov affidava a la Repubblica, Avvenire e Il Fatto Quotidiano una contro-narrazione chirurgica: esiste un'«Italia costruttiva» che sta con Mosca, un'opposizione che «non vuole la guerra», un popolo che «resiste alla propaganda bellica di Kiev». Parole pesate, calibrate. Non è diplomazia: è active measures, guerra ibrida. L'obiettivo è scavare solchi, legittimare l'aggressore, presentare la resistenza ucraina come fanatismo. E lo fa usando il linguaggio della pace - «costruttiva», «resiste» - per mascherare l'apologia dell'invasione.

Il rischio della quinta colonna culturale

Qui sta il pericolo reale. Non nei carri armati, che non arrivano a Trieste, ma nelle menti. Quando un diplomatico accreditato presso la Repubblica italiana si permette di certificare che «gli italiani resistono alla propaganda», sta di fatto dicendo: voi non capite, vi dico io cosa pensate. È un atto di arroganza coloniale, degno della migliore tradizione zarista e sovietica. E trova sponde - consapevoli o no - in quella parte di dibattito pubblico che scambia l'equidistanza per saggezza, l'appeasement per realismo, la rinuncia ai valori per pragmatismo.

La lezione di De Gasperi e la trappola del 1948

La storia ci ha già insegnato tutto. Nel 1948, mentre l'Urss finanziava il Fronte Popolare e la propaganda di l'Unità dipingeva l'America come impero del male, Alcide De Gasperi scelse l'Occidente non per servilismo, ma perché «la libertà non si divide». Vinse le elezioni con il 48%. Oggi, come allora, la posta è la sovranità culturale del Paese. Lasciare che sia un ambasciatore straniero a definire chi è «costruttivo» e chi è «bellicista» significa abdicare a quella sovranità.

Nessun equivoco: la pace si fa con la giustizia

Volere la pace non significa invocare la resa. Significa pretendere che l'aggressore si ritiri, che i crimini di Bucha e Mariupol abbiano giustizia, che l'ordine internazionale basato sulle regole non sia carta straccia. L'Italia «costruttiva» è quella che invia aiuti, accoglie profughi, vota sanzioni, lavora per la ricostruzione. Quella che Paramonov chiama «bellicista» è semplicemente un'Italia che non ha dimenticato il 24 febbraio 2022.

Marco Rota

Vota e commenta

Un solo gesto: scegli i vinili e scrivi cosa ne pensi.

Newsletter

Iscriviti e ricevi ogni settimana le recensioni, le liste e le novita direttamente nella tua casella email.