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L'italiano non si esporta, si tradisce: la falsa dicotomia tra patria e mondo

L'italiano non si esporta, si tradisce: la falsa dicotomia tra patria e mondo

EDITORIALE / IDENTITÀ E MERCATO

L'italiano non si esporta, si tradisce: la falsa dicotomia tra patria e mondo

Le classifiche Spotify raccontano un trionfo: l'italiano è la quinta lingua più ascoltata al mondo, Måneskin e Mahmood riempiono arena da Tokyo a Los Angeles, il Festival di Sanremo genera numeri da Super Bowl. Eppure, dietro la narrazione trionfalistica dell'«export musicale», si nasconde una resa culturale che pochi hanno il coraggio di nominare.

La trappola dell'internazionalizzazione

Da anni l'industria ripete lo stesso mantra: «dobbiamo fare musica che funzioni all'estero». Come se l'italiano fosse un difetto da correggere, un handicap da compensare con produzioni «globali», featuring strategici, testi bilingue che non convincono né qui né là. Il risultato? Una generazione di artisti che cantano in un inglese approssimativo per inseguire playlist che non li capiranno mai davvero, mentre il pubblico italiano - quello vero, quello che paga biglietti e abbonamenti - si sente estraneo in casa propria.

Non è nazionalismo, è antropologia: la canzone italiana ha sempre vissuto di specificità. Da De André a Battisti, da Battiato a Vasco, la forza stava nell'irriducibile localismo dei riferimenti, nella densità di una lingua che non si presta alla semplificazione. Quando Battiato cantava «Bandiera bianca» non pensava al mercato tedesco. Pensava a sua madre, a sua sorella, a una Sicilia che non esiste più. E proprio per questo il mondo l'ha capita.

Sanremo non è il problema, è lo specchio

Si accusa Sanremo di essere troppo italiano, troppo vecchio, troppo «provinciale». Falso. Sanremo è l'unico spazio dove l'italiano può ancora permettersi di essere difficile, letterario, dialettale, politico. Il problema non è il Festival, ma ciò che accade dopo: la macchina industriale che prende l'eccezione sanremese e la normalizza, la sbianca, la rende «playlist-ready».

Guardate i dati: le canzoni che «esportano» meglio non sono quelle scritte per l'export, ma quelle che non si scusano. Brividi di Mahmood e Blanco ha conquistato l'Europa non perché strizzasse l'occhio a Stoccolma, ma perché raccontava un'intimità italiana - i messaggi vocali, le notti insonni, la vergogna di dirsi «ti amo» - con una verità che nessuna traduzione può replicare. Zitti e buoni ha vinto l'Eurovision con un testo che cita Pasolini e i «giorni di merda» della periferia romana. Il mondo ha premiato l'autenticità, non la mediazione.

Il dialetto come resistenza

La vera notizia, quella che le classifiche «mondiali» non raccontano, è il ritorno del dialetto. Non come folklore, ma come scelta artistica radicale. Da Liberato a La Niña, da Coez a Ghali che inserisce l'arabo nel flow, la nuova scena italiana sta riscoprendo che l'identità non si difende chiudendosi, ma scavando. Il napoletano, il romanesco, il milanese, l'arabo-italiano delle seconde generazioni: sono queste le lingue che oggi suonano «mondiali» proprio perché inassimilabili.

È la lezione di Gramsci, riletta attraverso lo streaming: l'universale non si raggiunge cancellando il particolare, ma attraversandolo fino in fondo. Chi canta in dialetto stretto oggi parla a più persone di chi scrive in «globish» da aeroporto.

Non serve un passaporto, serve una voce

La dicotomia «musica italiana O musica mondiale» è una trappola lessicale. Non esistono due mondi separati: esiste una musica che ha il coraggio di essere se stessa, e una che si traveste per piacere a tutti finendo per non piacere a nessuno. L'industria smetta di chiedere agli artisti «come ti vendiamo all'estero?» e inizi a chiedere «cosa hai da dire che valga la pena ascoltare, in qualsiasi lingua?».

L'italiano non è un mercato da conquistare. È una lingua da abitare. E chi la abita con verità - che canti a Scampia o a Seoul - non ha bisogno di esportarsi. Lo è già, il mondo.

- Giulia Ferretti

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