Cè un momento preciso, al minuto 3:42 di Neural Drift, in cui il sassofono tenore di Léon Phal smette di suonare note e inizia a scolpire frequenze. Il respiro diventa glitch, lancia vibra contro un tappeto di synth modulari che sembrano provenire da unaltra dimensione - o forse solo dal seminterrato del Sunset Studio di Lione, dove lalbum ha preso forma in quattordici mesi di sessioni notturne. È lì che Bodies & Ideas rivela la sua tesi: il jazz non è un museo, è un organismo vivente che digerisce il presente e lo restituisce mutato.
Terzo album per il trentasettenne sassofonista/compositore, dopo lesordio nervoso di Strasbourg-St. Denis (2021) e la svolta elettronica di Machines & Dreams (2023), questo lavoro segna una maturità compositiva che i precedenti solo accennavano. Phal ha studiato le lezioni di Shabaka Hutchings e della scena londinese (The Comet Is Coming, Sons of Kemet), ha assorbito la lezione di Flying Lotus e del beat scene losangelino, ma soprattutto ha capito che la vera innovazione sta nella tensione irrisolta tra corpo e idea - da qui il titolo.
La title track apre con un groove spezzato, batteria acustica (lottimo Antoine Paganotti) che dialoga con campioni di Roland TR-909 processati attraverso pedaliera Eventide. Il tema principale, esposto allunisono da tenore e Fender Rhodes (Victor Le Masne, produzione cristallina), possiede quella qualità cantabile che ricorda i momenti più lirici di Wayne Shorter periodo Native Dancer. Ma quando il solo di Phal esplode - fraseggi circolari, multiphonics controllati, un registro altissimo che non cerca leffetto ma lurgenza - si capisce che qui non cè citazione, cè sintesi.
I momenti migliori arrivano quando la forma-canzone cede il passo allesplorazione timbrica. Fascia, dedicata alla memoria di sua nonna bretone, costruisce unarchitettura di droni microtonali su cui il sassofono sussurra frammenti di canti tradizionali bretoni, elaborati in tempo reale via Max/MSP. Otto minuti che volano. Club 7 AM, invece, è pura gioia fisica: una house music destrutturata, con basso synth che pompa come un cuore in fibrillazione atriale e un finale collettivo che ricorda gli ultimi Art Ensemble of Chicago - ma suonato da ragazzi che hanno cresciuto con Boiler Room.
Non tutto convince. La suite in tre movimenti Corpus Callosum soffre di una certa accademicità: le parti scritte per quartetto darchi (lEnsemble Variances) risultano a tratti didascaliche, come se Phal volesse a tutti i costi dimostrare la sua legittimità "colta". E Data Ghost, featuring la vocalist portoghese Maria João (ospite prestigiosa ma qui sottoutilizzata), si arena in un spoken-word sulla sorveglianza algoritmica che suona già datato - il rischio di fare concept album sul presente è che il presente invecchia in fretta.
Difetti minori, in un quadro dinsieme che conferma Phal come una delle voci più necessarie del jazz europeo contemporaneo. La sua capacità di far convivere la storia della musica afroamericana (cè un omaggio esplicito a Albert Ayler in Spiritual Physics, con quel vibrato largo che fa tremare le pareti) con le grammatiche della musica elettronica da club non è esercizio di stile: è sopravvivenza. Bodies & Ideas dimostra che il jazz può ancora essere musica da ballare, da pensare, da vivere - tutto insieme, nello stesso respiro.
